I 10 comandamenti dell’Heroic Bloodshed

L’Heroic Bloodshed, termine coniato dagli americani per descrivere i tipici film d’azione di Hong Kong, è un genere cinematografico riconducibile a questa serie di elementi:

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1) Hong Kong. Non può uscirne dai confini, nonostante film come Heat di Michael Mann e tutto il filone della yakuza di Takeshi Kitano ne ricordino diversi tratti distintivi – ma, insomma, la fonte dell’ispirazione è la stessa, i cupissimi noir francesi degli anni ’50 e ’60. È il diretto discendente dei kung fu movies degli anni ’70 di Bruce Lee e Sonny Chiba.

2) L’amore dei propri autori per cinematografie tanto lontane geograficamente quanto vicine emotivamente. È gente che conosce a memoria tutti i film di Jean-Pierre Melville, che è cresciuta a riso e Sam Peckinpah.

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3) Dualismo. Al bianco è contrapposto il nero, come vuole la filosofia orientale. Il Mexican Standoff tra Chow Yun-Fat e Danny Lee in The Killer di John Woo è l’immagine simbolo degli Heroic Bloodshed. Johnnie To in A Hero Never Dies ne riprende il tono e raggiunge l’eccellenza dualistica.

4) Divismo. La ripetitività del genere quanto quella delle maschere. Una mia breve lista degli attori maggiormente caratteristici: Chow Yun-Fat, Danny Lee, Sean Lau, Tony Leung, Lam Suet, Andy Lau, Anthony Wong, Michael Wong.

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5) Un sacco di proiettili. Le coreografie delle sparatorie, al rallenty – come vuole Peckinpah -, sono quelle solitamente adottate dai musical. Come Hitchcockgirava gli omicidi come fossero scene d’amore, e le scene d’amore come fossero omicidi” (Truffaut), gli autori degli Heroic Bloodshed dirigono le sparatorie come fossero balletti. L’irrealismo dell’azione tocca il proprio apice in Hard Boiled di John Woo e nell’epilogo di Exiled di Johnnie To.

6) Ruolo delle donne relegato a comprimario del protagonista maschile, oggetti dello sguardo dell’uomo. Sono film che si prestano ad una chiave di lettura analitica maschilista.

7) Tanto la ricerca di una redenzione da parte di criminali – il più delle volte membri della triade – quanto l’impossibilità di giungere al perdono. Gli Heroic Bloodshed di Hong Kong sono film dai finali tragici.

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8) Ricerca visiva sperimentale – che, negli ultimi tempi, ricorda il lirismo adottato da Wong Kar-Wai nei suoi primi lavori, che hanno aperto la strada a Johnnie To, il pioniere contemporaneo della tendenza, allievo delle lezioni di Chungking Express e Fallen Angels.

9) Trame semplici. Non sono storie, ma situazioni. Il soggetto è un mero pretesto in cui sono gettati personaggi iper-caratterizzati. Un eccellente film come Drug War di Johnnie To non è propriamente un Heroic Bloodshed. Infernal Affairs di Andrew Lau ed Alan Mak sì. The Longest Nite di Patrick Yau è un’eccezione a questa regola, ed infatti è uno dei migliori.

10) Ritorno dei personaggi all’essenzialità morale. La lealtà, la famiglia, l’amicizia sono valori condivisi dai protagonisti, che pagano per le loro malefatte in un mondo di cui sono prevalentemente vittime. Gli Heroic Bloodshed di Hong Kong derivano dalla seguente frase pronunciata ne Il Mucchio Selvaggio di Sam Peckinpah: “Tutti noi sogniamo di tornare bambini. Anche i peggiori di noi. Forse i peggiori di noi lo sognano più di tutti“.

Per iniziare:

A Better Tomorrow di John Woo, 1986 **** 1/2

City on Fire di Ringo Lam, 1987 *** 1/2

The Killer di John Woo, 1989 *****

Hard Boiled di John Woo, 1992 ***

The Longest Nite di Patrick Yau, 1998 ****

Beast Cops di Gordon Chan e Dante Lam, 1998 *** 1/2

A Hero Never Dies di Johnnie To, 1998 **** 1/2

The Mission di Johnnie To, 1999 ***

Infernal Affairs di Andrew Lau ed Alan Mak, 2002 ****

Exiled di Johnnie To, 2006 ***

Vengeance di Johnnie To, 2009 ****

Valerio Carta

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