Sicario – recensione

Nemmeno troppo velatamente, Sicario è un film sui confini: quello violentissimo tra Stati Uniti e Messico, per iniziare e stare sulla trama, ma soprattutto sul confine tra bene e male, tra giusto e sbagliato, e più di tutti su quello tra criminale e poliziotto. E sia chiaro, sono tutti confini labilissimi, varcati costantemente. E per un processo di osmosi totale con la propria trama, Sicario diventa esso stesso un film “al confine”: si, perchè si posiziona su quello che separa il film di genere dal film d’autore. 

Ci troviamo insomma di fronte al classico caso della sceneggiatura canonica da thriller convenzionale data in mano ad un regista autoriale di serie A (anzi, in tal caso dobbiamo dire due autori, perchè non possiamo non considerare anche quel mostro sacro di Roger Deakins alla fotografia) che deve fare i salti mortali per portare al livello successivo di qualità una storia piuttosto scontata. Chi legge spesso articoli e recensioni di questo sito saprà ormai benissimo che il canadese Denis Villeneuve è diventato rapidamente uno dei miei registi contemporanei preferiti, e quindi la domanda “è riuscito nell’impresa?” per me è molto importante.

La risposta che, a bruciapelo, mi viene da dare è “no”, ma è una risposta ricca di sfumature e non intesa assolutamente come una insufficienza, anzi. Villeneuve ovviamente, ancor prima di noi spettatori, si è accorto di avere tra le mani un qualcosa di non trascendentale, e ha lasciato quindi la storia fare il suo corso – ogni passaggio narrativo è piuttosto scontato – dedicando la propria attenzione all’esplorazione della violenza, alla creazione della tensione, ad individuare la giusta atmosfera. Villeneuve opta per un film in cui lo sporco e il sangue delle proprie azioni, o della violenza che ci circonda, non si lava via metaforicamente, ma letteralmente. Dal punto di vista artigianale infatti, Sicario è un thriller di altissimo livello: prendiamo l’agghiacciante prologo e soprattutto la lunga e tesissima sequenza del viaggio del convoglio militare a Juarez, e abbiamo due delle migliori scene, non solo d’azione, dell’intero 2015, due fenomenali sequenze, soffocanti, crude, viscerali, che rifiutano di spettacolarizzare la violenza e ritraggono quanto sia vicino l’Inferno sulla Terra.

In questo Sicario è un film che colpisce assolutamente nel segno. Villeneuve ci mostra che, talvolta, una sapiente regia può essere più efficace di una sceneggiatura nel seguire un discorso. Rimane però non sufficiente, perchè Sicario non fa mai un vero salto al livello successivo. Un freno significativo è il ritratto dei personaggi in una storia che non ha vero un vero protagonista, quanto piuttosto un focus diviso in tre teste, ognuna con i propri limiti: Josh Brolin non è mai veramente approfondito, Benicio DelToro ha il personaggio più interessante ed importante, ma le sue azioni sono fin troppo schematiche e prevedibili, Emily Blunt invece è il grosso punto interrogativo, perchè il suo personaggio è totalmente passivo e per certi versi quasi inutile in ciò che fa. Un vero peccato perchè lei è bravissima, smagrita e concentrata nel ritrarre lo smarrimento del senso di giustizia, ma prima è uno spettatore e poi solo uno strumento narrativo. Troppo poco.

Sicario, stando sul confine, è un film che accetta l’immensa zona grigia che racconta. E’ un thriller sopra la media, ma al tempo stesso è la conferma che non basta solo un grande regista per fare un grande film.

 

Un pensiero su “Sicario – recensione

  1. Pingback: Stefano Sollima arriva in America col sequel di Sicario | bastardiperlagloria

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