I 100 Migliori Film del Decennio 2010 (Quarta Parte)

best movies of the decade 2010

Abbiamo iniziato una nuova cavalcata per scoprire i 100 miglior film del decennio appena passato, probabilmente una delle classifiche più difficile da fare, e oggi continuiamo a scalare le posizioni rivisitando incredibili opere cinematografiche.

Indicare 100 film per un solo decennio è un’operazione a dir poco folle, considerando le migliaia di opere realizzate ogni anno in ormai ogni angolo del mondo, con ogni mezzo e con ogni budget. Anche per questo è una sfida ancora più divertente che non ha alcuna pretesa di essere definitiva o veritiera. Con questa classifica ho cercato, come sempre faccio, di includere il meglio del meglio, senza pregiudizi e rimanendo più imparziale possibile. I criteri primari sono soggettivi, ovviamente si parte sempre dal gusto personale, ma cercano di collegarsi alle recensioni critiche ottenute, all’importanza e all’influenza dei film raggiunta nel corso degli anni.

Posizioni 100-86
Posizioni 85-71
Posizioni 70-51

 

50.  THE SQUARE  (di Ruben Ostlund, Svezia 2017)

The Square, il quadrato, è letteralmente uno spazio nel quale siamo costretti a confrontare noi stessi. Pertanto, il film diventa uno spazio temporale che fa calare il velo dell’umanità, provocandoci e interrogandoci. La satira di Ruben Ostlund è pungente perché porta a fare domande che non vorremmo porci. Ci mostra situazioni che non vorremmo vivere. Mette a disagio, scatena una reazione emotiva, spesso di disgusto. L’autore svedese prende di mira specialmente la finta virilità del maschio moderno, sempre più insicuro, sempre più debole: ma più che autentica misandria, il regista allarga il raggio d’azione contro il politicamente corretto della società moderna, le ipocrisie e le differenze di classe che ogni giorno erigono muri inutili.

 

 

 

49.  SI ALZA IL VENTO  (di Hayao Miyazaki, Giappone 2013)

Col ritiro annunciato, questo è il suo ultimo film, e non poteva realizzare modo migliore per congedarsi dal mondo del cinema. Hayao Miyazaki ci saluta con uno dei suoi film più belli e forse il più umano, il primo della sua strabiliante carriera in cui è assente l’elemento fantastico, ma è assolutamente presente il cuore, l’amore, il rispetto per la tradizione, e altri topoi del cinema come la passione per il volo. Si Alza il Vento è un inno al lavoro per realizzare i propri sogni, in pratica esattamente quello che ha fatto Miyazaki in carriera cambiando per sempre il modo di fare cinema d’animazione.

 

 

 

48.  DUNKIRK  (di Christopher Nolan, USA 2017)

Per una volta la guerra non è il genere ma il protagonista stesso del film, inquadrata nella sua essenza primordiale. Non c’è sangue, non ci sono soldati feriti, non ci sono volti sporchi, perché ciò si riferisce agli umani. In Dunkirk la guerra è i rumori dei caccia, è il dubbio che si inserisce su chi sia il nemico, è l’odore di bruciato, la claustrofobia delle navi da salvataggio, la vista di una casa che non si può raggiungere, è il mare che ti può accogliere o affogare, è la corsa senza una meta. Ed è anche, come sempre per Christopher Nolan, una guerra aperta contro il tempo, l’unico nemico che l’uomo non può sconfiggere, affrontata con le armi della narrazione cinematografica e vissuta con senso d’urgenza e predestinazione. Dunkirk è cinema sperimentale che diventa grande opera d’intrattenimento.

 

 

 

47.  ZERO DARK THIRTY  (di Kathryn Bigelow, USA 2012)

Uno dei migliori procedurali degli ultimi anni, un grande film sull’ossessione (di una donna e di una nazione), un racconto tesissimo sulla più grande caccia all’uomo che racchiude 10 anni di storia in 2 ore e mezza senza fiato. Il patriottismo è da un’altra parte (il film mostra senza paura i metodi coercitivi utilizzati dall’esercito americano) ma il realismo è sempre presente. L’ultima mezz’ora, il blitz finale per trovarsi di fronte il fantasma di una nazione, è semplicemente da pelle d’oca.

 

 

 

46.  GRAND BUDAPEST HOTEL  (di Wes Anderson, USA 2014)

I detrattori di Wes Anderson trovano pane per i loro denti. Chi lo accusa di essere capace di realizzare film solo in un modo, sempre con lo stesso identico stile, peraltro esagerato e anche un pizzico snob, rimarrà quasi stupito dall’assist che il regista texano gli ha fornito. Noi che invece amiamo Wes Anderson capiamo che i suoi colori, le scenografie, le sue idiosincrasie sono sempre diverse, e pur con lo stile cartoonesco sempre più evidente il film è forse uno dei suoi più tristi e maturi. Per la prima volta Anderson non costruisce un film intero ambientato nell’universo “andersoniano”, ma costruisce un solo luogo popolato dalla sua visione perso e immerso in un modo tristemente reale. La violenza, la malinconia, la solitudine, la malattia, l’imprevedibilità della vita sono tutti temi forti e importanti presenti in questo film.

 

 

 

45.  L’AMORE BUGIARDO  (di David Fincher, USA 2014)

Siamo i primi ad essere in difficoltà nel descrivere il film, perché quella sorpresa è così bella e importante che vogliamo mantenerla intatta e non descriverla, anche se ormai più o meno tutti, fortunatamente, hanno visto il film. Ma oltre il gusto dello stupore, Fincher e Gillian Flynn riescono a costruire una acutissima satira sul matrimonio, sulle difficoltà relazionali e sui compromessi insormontabili, gettando anche una luce caustica sul modo con cui i media al giorno d’oggi, nei tanti casi di cronaca, sono diventati giudice, giuria e boia. A tratti grottesco e incredibilmente efficace, Fincher colpisce ancora nell’azzannare quella che va più moda nella società.

 

 

 

44.  WHIPLASH  (di Damien Chazelle, USA 2014)

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Non fatevi ingannare da chi vi dirà che Whiplash è un film sulla competizione. No, Whiplash è un purissimo film horror. Capite l’essenza: è infatti terrificante vedere quanto un uomo possa abusare psicologicamente di un altro, spingerlo fino ai limiti estremi solo per ottenere un barlume di successo, ed è altrettanto terribile come l’altro uomo sia disposto a farsi maltrattare per raggiungere un traguardo. A parole sembra facile, il film e il suo finale riassumono tutto al meglio. Di sicuro, nessuno toglierà più dalla testa le urla e gli insulti di un JK Simmons perfetto ““Were you rushing or were you dragging? If you deliberately sabotage my band, I will gut you like a pig“.

 

 

 

43.  BURNING  (di Lee Chang-dong, Corea del Sud 2018)

Vero? Falso? L’importante è saperlo o la vita è proprio il dubbio costante, quel dubbio che ti fa lentamente bruciare? La natura misteriosa e sfuggente di Burning non è immediatamente comprensibile, ma come tutto il cinema di Lee Chang-dong il film si insinua pian piano sotto pelle dello spettatore. Il thriller meno convenzionale che mai vedrete, è un’indagine sociale e una ricerca personale che mischia il vero al falso attraverso archi narrativi e personali che quasi reclamano un ritmo assolutamente lento e pensante.

 

 

 

42.  ELLE  (di Paul Verhoeven, Francia 2016)

Elle è un film sulle perversioni, su ciò che di brutto abbiamo in testa e su come possiamo liberarcene, o meglio, sapendo che non possiamo farlo come possiamo sfogarle. Dalla storia di una donna stuprata che inizia col suo stupratore un vero e proprio duello sadico, Paul Verhoeven trae spunto per provocare e liberare le proprie pulsioni psicologiche.  In questo discorso spiazzante e teso, ma anche molto ironico, perché non si può non ridere delle nostre stesse pulsione recondite, il filo conduttore è la presenza scenica di Isabelle Huppert, la quale si impossessa di un ruolo mastodontico facendolo proprio in maniera disinibita e apertissima.

 

 

 

41.  COLD WAR  (di Paweł Pawlikowski, Polonia 2018)

Il bianco e nero non è mai usato da Pawel Pawlikowski come vezzo estetico, e anche stavolta ha un senso. Serve a dipingere un amore diviso sullo sfondo di un’Europa divisa, le cui coordinate geografiche e sentimentali sono semplici da capire ma difficili da afferrare. Senza perdite di tempo o orpelli narrativi, Cold War arriva dritto al punto e conquista con la vicenda di due innamorati che si perdono, si ritrovano, si perdono nuovamente ma non possono far altro che amarsi sempre e dovunque. Col suo ritmo compattissimo, con la sua calma solo apparente, quando arrivano le esplosioni di energie non ci sono difese che tengano, non si può far altro che abbandonarsi al sentimento condiviso con i due protagonisti. Di freddo, in questo film, c’è solo il titolo.

 

 

 

40.  FOXCATCHER  (di Bennett Miller, USA 2014)

Ci sono quei film che, una volta visti, rimangono con te per giorni. Non è solo dire “mi è piaciuto / non mi è piaciuto”, è cercare di capire cosa sia quel sentimento che rimane attaccato. Ecco, Foxcatcher trasporta quell’impercettibile sensazione, un germe che attacca e non molla. Dark, metodico, tetro, questa agghiacciante storia vera è stata trasformata da Bennett Miller, uno che proprio non sa cosa vuol dire fare un brutto film, in un profondo studio psicologico sul rapporto umano: i personaggi hanno bisogno l’uno dell’altro, e pur vicini non fanno altro che covare frustrazioni e insoddisfazioni. Il metodo di Miller ci conduce, attraverso scene una più spiacevole da vedere dell’altra, nel cuore del rapporto tra padre e figlio, maestro e discepolo, e perché no tra due amanti platonici. E fidatevi, non è un bel posto in cui trovarsi.

 

 

 

39.  STEVE JOBS  (di Danny Boyle, USA 2015)

Più che un film di Danny Boyle, questo è a tutti gli effetti un film dello sceneggiatore Aaron Sorkin, stracolmo del suo stile, dei suoi dialoghi irresistibili e del suo modo di creare personaggi fastidiosi ma enormemente umani. Esemplare biopic non convenzionale, con appena tre macrosequenze in tutto il film, Boyle e Sorkin, grazie soprattutto alla strascinante performance di Michael Fassbender, ci raccontano un uomo ben consapevole di essere un antipatico arrogante che giustifica il proprio comportamento con la sua genialità, ma cresce e migliora tramite il contatto con le persone che lo circondano.

 

 

 

38.  12 ANNI SCHIAVO  (di Steve McQueen, USA 2013)

Chi conosce lo stile rigoroso, durissimo, realistico di Steve McQueen, un’artista con la A maiuscola che non lascia nulla all’immaginazione, sa che i suoi film vanno visti, assorbiti e digeriti, per poi lasciare un segno indelebile. Tutto ciò con un film che racconta l’incredibile storia di un uomo libero costretto per 12 anni alla schiavitù è solo moltiplicato, e assorbire stavolta il pugno allo stomaco è ancora più difficile. 12 Anni Schiavo però, oltre alla durezza, ha un grandissimo cuore, quello del suo protagonista e la sua ostinata voglia di vita e libertà, contro tutto e tutti. Le interpretazioni di Chiwetel Ejiofor e Lupita Nyong’o nel film spezzano il cuore, ma quelle lacrime sono necessarie per rimarginare le ferite che una storia simile lascia senza appello.

 

 

 

37.  JACKIE  (di Pablo Larrain, USA 2016)

Più che un biopic convenzionale, con la sua struttura frammentaria, Jackie è l’analisi dell’elaborazione del lutto di un’intera nazione e delle macerie lasciate da un’eredità non concretizzata. Nel racconto dei tre giorni che passano dall’omicidio del presidente John Kennedy nel 1963 al suo funerale, il volto di Natalie Portman scavato e triste ma al tempo stesso magnetico e dignitosissimo, sempre inquadrato in lancinanti primi piani, è la bussola che ci guida tra il dolore privato di una donna e pubblico di una nazione ferita. Il regista Pablo Larrain, che ha una sensibilità tutta sua diversissima da quella dei colleghi americani, concepisce un film tutto interiore interamente su un volto esteriore, accogliendoci in un dolore che non si può superare, semmai imparare a conviverci.

 

 

 

36.  UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA  (di Sean Baker, USA 2017)

Forse The Florida Project è un manifesto della purezza dei bambini. O forse il film è anche una lettera verso gli adulti, coloro che hanno le chiavi per rendere serena la vita dei bambini. Quello certo è la posizione di The Florida Project come anti-coming-of-age-story: non è importante la crescita, anzi, è meglio che i bambini rimangano tali il più a lungo possibile. Soprattutto, che siano messi in condizione di stare lontano dalla sporcizia degli adulti. Sean Baker ha l’abilità di trasformare in dinamico il quotidiano, con la sua cinepresa a mano infonde allo spettatore un continuo senso di urgenza, e pur mostrando piccoli episodi fatti di scherzi e giochi costruisce un crescendo di tensione universale. Un cinema erede del neorealismo rifatto però nella cornice del cinema indipendente americano, che ci ricorda quanto era bello essere bambini.

 

 

 

Anche per questa volta è tutto, siamo sempre più vicini a scoprire la vetta dei migliori film del decennio!

 

2 pensieri su “I 100 Migliori Film del Decennio 2010 (Quarta Parte)

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