I 100 Migliori Film del Decennio 2010 (Seconda Parte)

best movies of the decade 2010

Abbiamo iniziato una nuova cavalcata per scoprire i 100 miglior film del decennio appena passato, probabilmente una delle classifiche più difficile da fare, e oggi continuiamo a scalare le posizioni rivisitando incredibili opere cinematografiche.

Indicare 100 film per un solo decennio è un’operazione a dir poco folle, considerando le migliaia di opere realizzate ogni anno in ormai ogni angolo del mondo, con ogni mezzo e con ogni budget. Anche per questo è una sfida ancora più divertente che non ha alcuna pretesa di essere definitiva o veritiera. Con questa classifica ho cercato, come sempre faccio, di includere il meglio del meglio, senza pregiudizi e rimanendo più imparziale possibile. I criteri primari sono soggettivi, ovviamente si parte sempre dal gusto personale, ma cercano di collegarsi alle recensioni critiche ottenute, all’importanza e all’influenza dei film raggiunta nel corso degli anni.

Posizioni 100-86

 

85.  TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI  (di Martin McDonagh, USA 2017)

Come in tutte le sue opere precedenti, Martin McDonagh spruzza la sua vicenda di quell’ironia che fa ridere e rende credibilmente realistici i personaggi. Una commistione, quindi, che dà vita ad un film vibrante, sempre in movimento, sempre con la battuta pronta, sempre pronto ad essere rivoltato come un calzino e cambiare prospettiva ad ogni passaggio di scena. Il dinamismo è dovuto soprattutto a quanto il film sia attuale: in un mondo in cui tutti scelgono di odiare, l’indagine introspettiva dentro i nostri difetti è l’unica arma che abbiamo per fermarci prima di perpetrare, inutilmente, altro odio.

 

 

 

84.  THE REVENANT  (di Alejandro G. Inarritu, USA 2015)

Credo che ormai sia assodato, Inarritu è un pazzo. Dell’incredibile lavorazione di questo film si parlerà molto, mi aspetto anche qualche libro nei prossimi anni, ed in tali difficoltà Inarritu ci ha sguazzato completamente – e con lui Lubezki che ci ha regalato una fotografia con luce naturale semplicemente clamorosa – creando un film assolutamente viscerale, un’esperienza sensoriale e primordiale che ha pochi eguali. La vendetta è il motore dell’azione, ma ancora più la vendetta che si trasforma in istinto di sopravvivenza e mostra l’uomo per ciò che è sempre stato e ciò che ancora è: il più spietato degli animali.

 

 

 

83.  MOONRISE KINGDOM  (di Wes Anderson, USA 2012)

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Il cinema di Wes Anderson è indigesto a molti e venerato dai suoi fans, ma quando anche lui racconto l’amore puro in maniera così sincera e reale, tutti rimangono colpiti. Il racconto di due adolescenti che scappano da adulti più infantili di loro è una perla nella filmografia di Wes Anderson, forse il suo vertice emotivo, uno spaccato di delicatezza con una tristezza di fondo sempre presente.

 

 

 

82.  IL COLPEVOLE  (di Gustav Moller, Danimarca 2018)

Non è una novità vedere un film costruito in tempo reale, con un solo personaggio in una sola location per tutto il tempo. Quello che però rende The Guilty ancora più efficacia è l’abilità con cui orienta, e poi fa sbandare, le aspettative dello spettatore. Riesce a costruire tensione laddove non si vede l’azione, ma si sente e forse solo percepisce, e avvolge nell’empatia con un protagonista lacerato dal dubbio esattamente come noi spettatori. Ancora una volta la scuola danese si conferma tra i motori trainanti del cinema europeo.

 

 

 

81.  YOUR NAME  (di Makoto Shinkai, Giappone 2016)

Gli anime giapponesi non sono solo quelli dello studio Ghibli, naturalmente. Come un tuono a ricordarcelo c’è il successo di Your Name, capolavoro della poetica di Makoto Shinkai rivolta al mondo degli adolescenti, ai loro desideri, paure, passioni e sentimenti di alienazione. Partendo da un concept ormai abusatissimo al cinema – il body swap tra i due protagonisti – la storia evolve tra diversi piani temporali e connessioni geografiche per esplorare il lancinante bisogno di avere qualcuno accanto. Le esplosioni sentimentali dei film di Makoto Shinkai riescono a non essere mai melodrammatiche, sempre coinvolgenti e straordinariamente moderne, realiste pur sfruttando elementi fantasy.

 

 

 

80.  STORIE PAZZESCHE  (di DamiAn Szifron, Argentina, 2014) 

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Dentro ogni uomo c’è un animale, questo è poco ma sicuro. Probabilmente, se non ci fossero leggi o semplicemente le convenzionali sociali più basilari, il detto “homo homini lupus” sarebbe la vera guida dell’umanità. Questo film argentino a episodi ci mostra la crudeltà insita in ogni uomo, facendoci ridere tremendamente ma anche riflettere. Caustico, satirico e grottesco, Storie Pazzesche è un trattato sull’umanità migliore di tante reali indagini sociologiche.

 

 

 

79.  COPIA CONFORME  (di Abbas Kiarostami, Francia 2010)

Nel cinema di Kiarostami la parola ha sempre avuto un’importanza insostituibile. Tra i grandi autori più “ostici” al grande pubblico, quelli che sfruttano silenzi e rarefazioni, il maestro iraniano è invece quello che più dà spazio ai dialoghi. I suoi personaggi parlano sempre tanto, e in Copia Conforme la parola diventa strumento dell’essere: due personaggi che recitano di essere una coppia, parlando tra di loro, si lasciano trascinare più del dovuto, la parola diventa emozione e sensazione che non si dovrebbe provare. La parola diventa analisi, psicologica e dolore, di speranze e illusioni che non appartengono ai personaggi, ma comunque sono loro in quanto essere umani.

 

 

 

78.  E ORA PARLIAMO DI KEVIN  (di Lynne Ramsay, Gran Bretagna 2011)

Duole quasi dirlo, ma quando una persona stermina una famiglia e compie una strage immotivata, non c’è nulla di demoniaco nelle motivazioni, ma sempre qualcosa di troppo umano. Il film di Lynne Ramsay nel raccontare una delle storie più devastanti possibili non sceglie l’approccio classico e melodrammatico, ma con modernità e un virtuosismo scenico incredibile indaga il prima e il dopo un evento che definire tragico è quasi effimero. Il volto irregolare di Tilla Swinton è la perfetta base di partenza per dare forma al dramma, agli interrogativi, all’imperscrutabile.

 

 

 

77.  LEVIATHAN  (di Andrey Zvyagintsev, Russia 2014)

Dopo averlo visto capirete perché il film, pur ottenendo premi e applausi ovunque, in ogni angolo del pianeta, invece di esserne il vanto è il cruccio del governo russo. In più di due ore, non c’è un solo aspetto della Russia moderna che il film salvi. Con grande abilità di scrittura, Andrey Zvyagintsev mischia le migliori parabole del Leviatano politico di Hobbes e il Leviatano esistenziale del racconto biblico di Giobbe, criticando l’intera gerarchia del potere – il sistema legislativo, esecutivo e giudiziario, e addirittura quello religioso della corrotta Chiesa Ortodossa moderna – fino ai suoi connazionali, più interessati a bere che non a svegliarsi. Tutto ciò senza perdere mai di vista la bussola fondamentale: realizzare grande cinema.

 

 

 

76.  UNA DONNA FANTASTICA  (di Sebastian Lelio, Cile 2017)

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Esattamente come la sua protagonista, Una Donna Fantastica non può essere inquadrato banalmente. È un character study sobrio e asciutto, che indaga la realtà sociale del Cile contemporaneo alla ricerca di trasformarsi in un paese moderno. Al tempo stesso è una storia psicologica, che non lesina dosi di realismo magico per entrare a contatto con i sogni e le paure della protagonista. È un affresco sulla diversità ribaltato, perché invece della retorica sceglie di definire la normalità di Marina attraverso i comportamenti anormali di chi la circonda, mettendo in piazza una paura e un senso di respingimento che non hanno mai radici o motivazioni. Diventa un’elaborazione del lutto radicale, perché il senso di perdita diventa necessità di ritrovare l’altro dentro di sé.

 

 

 

75.  IL SEGRETO DEL SUO VOLTO  (di Christian Petzold, Germania 2014)

Christian Petzold e Nina Hoss sono la coppia cinematografica d’oro del cinema tedesco, quelli che non possono sbagliare un film. E pur riciclando fondamentalmente i tratti di trama di Vertigo di Hitchcock, il regista crea un film così personale e emotivo da lasciare senza fiato, soprattutto nell’incredibile scena finale, e un reticolato di ricerca psicologica da far invidia a veri studiosi, con una prova di Nina Hoss da inserire negli annali del cinema.

 

 

 

74.  THE LOBSTER  (di Yorgos Lanthimos, Grecia/Regno Unito 2015)

Quando andai a vedere questo film avevo grosse aspettative, ma nessuno mi aveva avvisato che Bunuel si fosse reincarnato in Lanthimos. Il regista greco aveva già dato prova nei precedenti film di una sensibilità particolarissima, ma qui abbraccia definitivamente il grottesco e realizza una delle migliori satire sociali degli ultimi anni. The Lobster è una storia talmente bizzarra da risultare per forza di cose molto vera.

 

 

 

73.  I, TONYA  (di Craig Gillespie, USA 2017)

I, Tonya è un film acidissimo, che se ne frega di convenzioni (anche narrative) e del politically correct per capire e sviscerare il marcio che c’è dietro l’importanza (falsa) di risultare sempre i numero uno. La forma (posticcia) di risultare perfetti all’esterno. Tra canzoni senza soluzioni continuità, rotture della quarta parete, “fuck” a più non posso e violenza reale, il film ci getta addosso una grossa secchiata di disagio. Senza pudore (fasullo). Sempre a ritmo indiavolato. Una dark comedy, ma a tutti gli effetti una tragedia sull’essenza dell’orgoglio umano, e su come questo venga imboccato dalla società circostante.

 

 

 

72.  UN PICCIONE SEDUTO SUL RAMO RIFLETTE SULL’ESISTENZA  (di Roy Andersson, Svezia 2014)

Camera fissa per 39 scene, vignette che mescolano assurdo a surreale e covano, nella loro parossistica staticità, l’urgenza esplosiva del malessere esistenziale. Con ironia grottesca tipicamente scandinava, e il formalismo esasperato del cinema autoriale europeo, Roy Andersson osserva distaccato l’arrivo della fine per una società che ormai non ha più appigli umani e sentimentali. Eppure, al tempo stesso, la difende con una dolcezza quasi paterna, frutto di quella rassegnazione che talvolta diventa un ultimo baluardo più potente della speranza: la vera riflessione del titolo è quella di constatare la futilità e assurdità della vita, riderne e avere il coraggio (come nel guardare i lunghi quadri del film) di resistere fino alla fine.

 

 

 

71.  AL DI LA’ DELLE MONTAGNE  (di Jia Zhangke, Cina 2015)

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Se tutto il cinema di Jia Zhangke si fonda sull’evoluzione e i cambiamenti sociali nella Cina contemporanea, Al di là delle montagne certamente non è il suo capolavoro, ma è il suo film da quel punto di vista più completo, ambizioso, ideale. Storia personale epica che si dipana in tre piani temporali, fino a sfociare in un ipotetico futuro, mette al centro la solita meravigliosa interpretazione di Zhao Tao per mostrare quanto i cambiamenti, in un paese affamato di capitalismo, siano un terremoto in un paese che muta velocemente pur senza voler mai cambiare.

 

 

Qui si chiude la seconda parte di questa lunghissima scalata per scoprire i migliori film del decennio appena trascorso. La prossima volta vedremo le posizioni dal numero 70 al numero 51.

 

4 pensieri su “I 100 Migliori Film del Decennio 2010 (Seconda Parte)

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