Parasite – recensione

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Evitando attentamente ogni singola forma di spoiler, voglio comunque partire da una delle frasi che si sentono nel finale di Parasite, detta come soluzione ad un qualcosa: “farò tanti soldi”. Tutti in questo film sono alla perpetua ricerca di soldi, che sia una ricerca materiale o simbolica di uno status da ottenere e conservare. Perché i privilegi economici, secondo il film, non fa solo comprare belle case, ma ti permette addirittura il lusso di poter essere una brava persona.

Che l’economia faccia muovere e girare il mondo non lo scopriamo certo ora con questo film, non lo scopre certo solo ora Bong Joon-ho. Ma è il modo con cui il regista sudcoreano analizza le pieghe psicologiche e sociali della necessità di avere soldi, e le conseguenze che arrivano con essi, ad essere prima stupefacente, e poi superlativo.

Il suo Parasite è un film sempre in costante movimento, che non si placa per un solo decimo di secondo, che non sa cosa voglia dire riposarsi. Un flusso magmatico di toni ed emozioni, nel quale il divertimento va di pari passo con la tensione da thriller e finisce nella realizzazione dark della bassezza umana. I critici bravi vi direbbero che Parasite pare prendere Rapacità di von Stroheim per mischiarlo allo stile anarchico di de la Iglesia e inserirlo nelle dark comedy raggelanti alla Lanthimos. Io vi dico invece, al netto delle influenze, che questo è purissimo e incontaminato Bong, un autore che da sempre gioca con metafore estremamente dirette, toni completamente mischiati e generi sempre fusi. E questo, forse, è il suo lavoro più complesso.

Non perché Parasite sia complesso da seguire, o da capire. Commedia, thriller e horror, non a caso tutti qui presenti, sono proprio i generi più viscerali e diretti. L’allegoria della lotta di classe, che dall’orizzontale di Snowpiercer si sposta ora al verticale di Parasite, è volutamente lapalissiana anche e soprattutto scenograficamente (tutto il film è praticamente verticale, dal seminterrato alla villa in collina, scale ovunque per salire e scendere).

Ma la complessità di Parasite è sia psicologica sia intrinsecamente cinematografica. Abbandonato il fantasy e il distopico degli ultimi film, Bong si concentra sull’evoluzione dei personaggi, sui loro desideri e incubi, su particolarità e idiosincrasie. Crea i lati grigi col passare dei minuti, partendo con coraggio e senza filtri da una presentazione totalmente negativa dei protagonisti: tutti, ricchi e poveri, dal primo all’ultimo. Non si schiera, non parteggia, li osserva e li muove, senza risultare però, al tempo stesso, mai cinico. E proprio qui entra in gioco il cinema. Perché Parasite è un giro sulle montagne russe che fa vivere allo spettatore ogni gamma di emozione e reazione, persino le più estreme, ovvero passare dalla repulsione all’affetto. Un giro vorticoso azionato dagli strumenti essenziali del cinema, come una scrittura in grado di ribaltare continuamente le aspettative, creare nuovi ostacoli, e una collezione di immagini impressionanti, ricche di significato e ogni volta sorprendenti.

Questo è il cinema di Bong, un qualcosa di meravigliosamente indefinibile che parte sempre come un gioco e finisce per essere una potente riflessione, sempre senza filtri, senza freni, senza momenti sottili. A volte gli riesce così così, altre volte molto bene. In questo caso, Parasite ce lo prendiamo e teniamo tutto così come è.

 

4 pensieri su “Parasite – recensione

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