Gemini Man – recensione

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AAA Cercasi Ang Lee disperatamente.

Qualcuno sa dirmi che fine ha fatto il regista taiwanese autore di alcuni tra i più bei film degli ultimi venti anni? Il regista che ha vinto due Oscar, e addirittura ben due volte il Leone d’Oro al Festival di Venezia?

Che quello stesso regista sia sempre stato affascinato dalla tecnologia, e della sua potenzialità cinematografica, è indubbio. Risale quantomeno agli esperimenti di Hulk, culminati nei cedimenti digitali in Vita di Pi. Ma proprio da quest’ultimo film, Ang Lee ha mollato ogni titubanza e iniziato un percorso sperimentale nell’uso della tecnologia (e non nella forma o linguaggio cinematografico, terreni per sperimentare veramente e costantemente) dimenticando cosa vuol dire fare veramente film.

L’esempio supremo ora è Gemini Man, appunto. Perché se il suo film precedente Billy Lynn, dramma di reduci di guerra, non era assolutamente adatto alle sue ambizioni, Gemini Man è un action assolutamente perfetto – sulla carta – per girare in 3D e con un High Frame Rate di ripresa a 120 fotogrammi al secondo.

Per realizzare tale ambizione, però, Ang Lee si è dimenticato al tempo stesso cosa voglia dire “fare un film”. Perché, oltre la tecnologia, c’è davvero pochissimo da dire su Gemini Man, così poco da trovarmi adesso quasi in difficoltà. Non che sia brutto, partiamo sulla difensiva, poiché è anche godibile nella sua effimera semplicità. Ma è così “poco”, così banale, così superficiale in ogni singolo aspetto, dai personaggi alla trama, da non trasmettere il benché minimo effetto.

Senza l’impalcatura tecnologica, e c’è da supporre non tutti i cinema e, successivamente, le case saranno attrezzate per tale visione, c’è il nulla. Una storia che non sarebbe bastata nemmeno per un caro vecchio B movie d’azione, perché quelli almeno avevano la dignità e la consapevolezza dei propri limiti e del proprio ruolo. Qui invece in Gemini Man qualsiasi aspetto, dalla scrittura alla recitazione ai semplici movimenti di macchina, è sacrificato all’esperimento tecnologico. Il quale, c’è da aggiungere oltretutto, non appare nemmeno così salvifico per il futuro del cinema. Il 3D aggiunge pochissimo, il de-aging è distraente e orribilmente simile ad un videogioco in taluni punti, lo smodato iperrealismo della messa in scena esaspera dettagli inutili, e talvolta ridicolizza movimenti d’azione cui avrebbero giovato una ben diversa fluidità coreografica.

Personalmente, per quanto apprezzi l’ambizione visionaria di Ang Lee e il suo coraggio di provare strade nuove, oltre le convenzioni, non ho ben capito dove voglia andare a parare. Le sue scelte ci lasciano un film che non è più un film, ma una cavia da laboratorio, un esperimento che lascia solo dubbi tendenti al negativo. Questa tecnologia è esattamente come il clone al centro di Gemini Man: confuso, alla ricerca di un’anima che ancora non c’è.

 

fonte: Culturamente

 

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