[Torino 2018] The Front Runner: recensione

the front runner

Onestamente non ho capito, limite mio, da che parte stia The Front Runner. E per carità, è anche un bene che mostri e tenti di analizzare un qualcosa senza prendere posizioni nette. Però, al tempo stesso, è un’occasione persa: paradossalmente, The Front Runner pare che non accetti il fatto di essere un film complesso.

Ripeto, è indubbiamente un bel controsenso. Il suo compitino lo porta a casa, è un film ben girato, ben fatto e ben realizzato, ma ricorda quei ragazzini ai quali a scuola dicevano “è bravo ma potrebbe applicarsi di più”. Che poi questa frase riassume un po’ tutto il talento e la carriera di Jason Reitman. Impegnato in questa nuova fase di carriera, nel quale deve (ri)trovare equilibrio dopo i primi successi ed i successi flop, il regista è troppo impegnato a non sbagliare, invece che fare bene, per rimettersi sull’attesa carreggiata degli esordi. Vive con la pressione di fare solo buoni film Reitman, e si vede.

Partiamo dalle ovvietà e diciamo che è godibile e avvincente The Front Runner. La storia è quella vera di Gary Hart, senatore che nel 1988 si candidò a presidente ma, ancor prima delle primarie cui si presentava da favorito nei sondaggi, dovette ritirarsi a causa di uno scandalo sessuale. Il film vede in questo episodio l’inizio del rapporto morboso tra politica-stampa-scandali. Il momento in cui sono finiti i temi e l’ideologia ed è iniziato l’intrattenimento politico. Non una premessa campata in aria, considerando che sono gli anni in cui c’era un ex attore alla Casa Bianca.

Nei casi spartiacque è sempre difficile prendere posizione, c’è da dire. Nel film tutti hanno ragione e tutti hanno torto, simultaneamente. Hart ha ragione quando vuol separare il privato dal pubblico, ma nella sua esasperata ostinatezza ha torto nel non intuire quanto la sua posizione nasconda disonestà. La stampa ha ragione nell’utilizzo del suo diritto-dovere di raccontare tutto, ma ha torto nel piegarsi a tutti i costi, e senza accortezze, al gossip bieco.

Sono i lati grigi e le sfumature le cose migliori di The Front Runner, perché tutto il resto si è già visto nel genere del cinema politico. Passiamo dalle redazioni giornalistiche di Pakula alle urla e dialoghi rapidi e sovrapposti di Sorkin. Quello che c’è di nuovo ed interessante, però, il film non lo approfondisce mai. Eppure, come detto, di roba interessante ne abbiamo.

Potevamo trovarci di fronte ad una specie di anti The Post, un film che mostra il lato dannoso della stampa nei confronti della politica. E pensiamo quanto sia attuale un tema così leggendo ciò che accade oggi nel mondo, in Italia come in America. Potevamo trovarci di fronte ad una acuta analisi dei limiti della responsabilità personale nella politica, quanto l’azione nel privato condizioni, e corroda, le capacità nel pubblico.

Tutte queste cose le vediamo, ma non le tocchiamo, non le capiamo. La moralità di The Front Runner rimane in superficie,e non trova mai terreno fertile per attecchire. Non per incapacità, perché come detto il film le cose le mostra e Reitman è capacissimo. Ma, forse, per manifesto disinteresse e mancanza di coraggio. L’obiettivo era fare un buon film, poi diventare un grande film era un bonus, non una necessità.

E questo, indubbiamente, è un gigantesco peccato.

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fonte: Culturamente

 

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