Downsizing – recensione

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notaquesto è un repost della recensione precedentemente pubblicata durante il Festival di Venezia 2017

 

Una premessa originale non vuol dire perdere la semplicità, l’umanità e quindi anche la patetica banalità del quotidiano umano.

La lezione di Alexander Payne, e non poteva che essere lui a farla, è proprio questa. Lui che è diventato il maestro del dramedy, delle piccole storie semplici con al centro lo spaccato della condizione umana, spesso misera, quasi sempre rappresentata da protagonisti difficili. Proprio con lui, con suo atteggiamento low-key, improntato all’umorismo, è la persona adatta per raccontare l’incredibile che si trasforma in ordinario.

Downsizing è infatti il suo film più ambizioso, senza dubbio, e il più diverso dagli altri. La storia di una scoperta scientifica che rimpicciolisce gli uomini a 12 centimetri per combattere la sovrappopolazione del pianeta è folle, straordinaria, affascinante, e assolutamente capace di regalare una dose di stupore e risate in egual misura. Ma sotto la lente del cinema di Payne anche la fantascienza ritorna alla sua dimensione umana, anzi, abbraccia il ridicolo.

Downsizing ha sicuramente l’aspetto e l’approccio della satira sociale, della parabola sull’ambientalismo e sui peccati dell’uomo. Ma, graffiando quando può, optando per la delicatezza quando giusto, rimane una storia profondamente umana e personale. Col tono grottesco e spesso assurdo, certamente, ma pur sempre molto umana.

Gli uomini sono destinati a ripetere sempre le stesse cose, errori compresi, non si scappa.

E allora la parabola di Payne, semmai, ci ricorda che l’uomo è soggetto a fascinazioni improvvise, pensieri fulminei secondo i quali si sente importante, ma poi conta solo la semplicità, il contatto umano, quello che riusciamo a fare di buono con il prossimo. Probabilmente è troppo tardi per salvare il mondo, e non resta che salvare noi stessi. Capendo ciò che abbiamo davanti, dando importanza a ciò che ci spinge a svegliarci la mattina. La società alla fine è dannata: possiamo pure provare a cambiare, inventarci chissà cosa, come rimpicciolirsi, ma ci saranno sempre divisioni sociali, ghettizzazioni culturali, ricchi che voglio essere più ricchi e povero che vorrebbero essere ricchi.

Ci rimangono i gesti di bontà disinteressata. Questa è la più grande lezione che anche un autore caustico come Alexander Payne ha capito e vuol trasmettere.

 

 

Un pensiero su “Downsizing – recensione

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