Twin Peaks 3×11 – recensione

The vortex in Buckhorn, South Dakota (Screenshot: Twin Peaks)

“Immagino lo abbiamo trovato” “Sicuramente sì, Albert”.

Se qualcuno potesse dire che cosa anche a noi sarebbe bello, grazie.

Battute a parte, non è necessario in realtà scoprire il cosa, o il come. Non è mai stato questo il bello di Twin Peaks, lo abbiamo sottolineato e ripetuto tante volte. Ed è ancora più elettrizzante abbracciare il mistero e la stranezza della serie in una puntata notevole come questa. Indaffarata, molto ricca ancora una volta, ma nel modo giusto, non come negli ultimi due episodi un po’ deludenti e fin troppo parlati, caratterizzati da un exposition fastidiosa non consona alla serie.

E finora, uno degli aspetti migliori di questo ritorno televisivo è stata la capacità di differenziare ogni episodio. Ognuno, per motivi diversi e spesso non fondamentali, è stato diverso dall’altro. In questa nuova puntata la prima cosa che mi è saltata all’occhio, guardandola, è il ritmo frenetico. Soprattutto nella prima mezz’ora, difficilmente si respira. E non per un semplice montaggio serrato, non è affatto lo stile di David Lynch. Ma per il modo con cui ci sbatte in faccia gli avvenimenti: con tensione, con inquietudine, con adrenalina, quasi con rabbia. C’è paura, ci sono urla, ci sono rumori proveniente da ogni angolo, c’è soprattutto fretta. Non quella di avanzare la trama, non è mai quello lo scopo primario, ma una evidente fretta di gettare lo spettatore nel vortice di questo fittizio mondo.

Un palpabile malessere, tipico della singolarità di Twin Peaks, che culmina nella scena del bambino in auto, tra le più spaventose e ovviamente misteriose della serie finora.

È quindi più paradossale, ma non per chi conosce David Lynch, che in questo scenario la serie riesca ad infilare momenti molto divertenti, caratteristici di Twin Peaks.

Dall’interruzione della riunione tra Truman e Hawk per vedere una macchina, alla fuga di Shelly dalla famiglia per vedere il suo uomo come se tornasse la ragazzina che commetteva solo errori passando da un uomo sbagliato ad un altro, la serie è al suo meglio sempre quando allarga gli orizzonti e mischia i toni. E si può permettere, adesso, anche di dedicare così tanto spazio all’involontaria comicità fisica di Jim Belushi.

Non è un caso che quest’ultimo sia inserito nella vicenda di Dougie, dove il ritmo per ovvie ragioni cala e l’attenzione si diversifica. E sono proprio quei momenti, quando la frenesia si esaurisce, a nascondere gli aspetti più amati. Perché quel modo gustoso con cui Dougie assapora la torta di ciliegia è certamente un richiamo a goderci le piccole cose, e soprattutto l’ennesimo indizio sul suo “risveglio”. Ma soprattutto, un deliberato tocco di nostalgia per i fans di vecchia data. Un attimo, insomma, che racchiude tutta l’essenza che ha fatto innamorare di Twin Peaks, forse più delle stanze rosse e dei doppelganger.

E allora, la serie finalmente va a ripescare gli elementi essenziali del successo di 25 anni: il piacere dei piccoli momenti e l’angoscia invasiva delle grandi paura della vita. Concetti universali per tutti, ad ogni longitudine terrestre. Un richiamo, quindi, che ci fa capire quanto Lynch abbia di nuovo in mano le chiavi della sua creatura. E questo viaggio sarà sicuramente soddisfacente per chi conosce, e ha a cuore, l’universo di Twin Peaks.

 

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