The War: il Pianeta delle Scimmie – recensione

Per una volta, dire a fine proiezione “bellissimi gli effetti speciali” non è sinonimo di film mediocre, evidenziando a denti stretti l’unica parte riuscita. Semmai, è l’ennesimo pregio di uno dei migliori titoli commerciali degli ultimi anni.

The War: il pianeta delle scimmie è davvero il film che non ti aspetti. Nella sua notevole durata riesce ad infilare talmente tante cose interessanti, con cura, intelligenza, visione e voglia, da risultare quasi un opus magnum su come piegare le esigenze e regole del cinema da pop-corn, sfruttando fino all’ultimo centesimo la possibilità di enormi budget, per realizzare una storia del tutto autoriale e ricca di differenti significati.

Ciò che infatti colpisce maggiormente in positivo, a primo impatto, è l’incredibile visione e ambizione del film. Il regista Matt Reeves ha ereditato la saga dal secondo capitolo, e ha perfettamente capito dove andare a parare. Lontano infatti dai fasti distopici e fantascientifici della saga iniziata negli anni ’60, questo reboot nasceva essenzialmente come prodotto d’intrattenimento per il grande pubblico. Il primo riuscitissimo capitolo del reboot poteva essere inserito nel genere pandemico, con protagonisti umani. Ma Reeves, prendendo le redini in corso d’opera, ha spostato il focus verso il puro contrasto metaforico tra uomo e scimmia, dando molto più spazio a queste ultime.

Ambizione insomma, ma soprattutto la capacità e la libertà di realizzarla. Elementi che rendono The War: il pianeta delle scimmie assolutamente unico e inatteso alla vigilia.

Per farvi capire cosa sto per dire basta prendere l’inizio. La prima metà è un road movie western totalmente incentrato sulle scimmie. Non ci sono uomini, se non per brevissime apparizioni. E quindi, come capirete, è principalmente muto. Scimmie a cavallo, sotto la neve in paesaggi desolati, che si spostano. Ci vuole grande coraggio per pensare e fare una cosa simile. Reeves accompagna questa affascinante prima parte con le suggestioni del western, appunto: la lirica dei paesaggi innevati si sposa con la grande tensione della storia narrata.

Nella seconda parte il film diventa a tutti gli effetti un prison movie, l’atmosfera si fa più tetra e la tensione sale vertiginosamente. Il film tracima verso il grande action nel finale, e finalmente il promesso war movie può esplodere in tutta la sua potenza.

Reeves è riuscito ad infilare omaggi a Il Grande Silenzio, La Cosa, La Grande Fuga, Apocalypse Now, ma soprattutto come tematica I Dieci Comandamenti, senza mai diventare copia di qualcosa ma mantenendo intatto uno stile e una personalità unica. Senza dubbio questo è uno dei pochi film commerciali con un’anima, con un look e uno stile ben visibile, che unisce la spinta autoriale al grande cinema d’intrattenimento.

The War: il pianeta delle scimmie è infatti una grandioso film d’avventura prima di tutto. Un film che si concede il lusso di slanci lirici, metaforici, epici, silenziosi senza mai tradire la natura commerciale.

C’è chi vedrà chiari simbolismi cristiani dedicati alla figura di Cesare. Altri noteranno invece il paragona con la figura di Mosè, soprattutto quando il film diventa quasi un allegoria dell’Esodo. Alcuni penseranno alle ovvie trame ambientaliste e antropologiche, per cui l’uomo come sempre è il peggior nemico di sé stesso. Infine, c’è chi giustamente si soffermerà sulla meraviglia degli effetti speciali, perché è doveroso godersi il livello prodigioso a cui la motion capture è arrivata, con i dettagli in primo piano delle scimmie da far rabbrividire: in tal senso, anche solo 15 anni questo film non avrebbe avuto la medesima credibilità visiva, e forse, notando troppo la CGI, avremmo perso o sottovalutato la potenza emotiva del racconto.

Quindi, come avrete capito, c’è davvero materiale per tutti. Perché questo è grande cinema, quello che raggiunge la più ampia fetta di pubblico senza però piegarsi, senza mai andare sul sicuro, rischiando sempre e osando continuamente.

 

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