Spider-Man: Homecoming – recensione

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Tra le poche certezze della vita, mettiamo il fatto che Spider-Man dovesse tornare alla Marvel.

Non so quanti abbiano seguito le beghe produttive dietro questo film. Per farla breve, i diritti di Spider-Man sono sono tornati in mano ai Marvel Studios, che può inserire finalmente il suo personaggio più popolare e simbolico nell’universo condiviso dei vari Iron Man, Captain America e Avengers (tutti citati nel film, per abituare il pubblico alla cosa). Spider-Man: Homecoming è il titolo meno sottile possibile, in poche parole.

Il ritorno a casa dell’Uomo Ragno è quindi un fatto di giustizia divina e, al tempo stesso, anche una scelta obbligata. Dopo l’abortita saga di Sam Raimi, ed i tentativi di Marc Webb cancellati dalla memoria collettiva senza troppi complimenti, il terzo Spider-Man cinematografico non poteva che essere figlio dell’era culturale che viviamo. Ovvero icona del popolo nerd.

Giusto quindi restituire Peter Parker alle peripezie del liceo. Coerente dargli un’ironia molto semplice, e oltretutto continua, senza sosta, con quella parlantina inarrestabile tipica di chi inizia a capire il mondo. Assolutamente ideale la scelta di renderlo simbolo, anche al cinema, della filosofia fumettistica Marvel, ovvero identificare i supereroi con le persone più comuni, trasformando i nostri problemi quotidiani in super-problemi. Ma a tutto ciò andrebbe anche accompagnato un film, prima di tutto.

Partiamo dalla fine, allora. Il film finisce precisamente con un gag, si interrompe con una risata. Cosa vuol dire questo? Innanzitutto, che il film è una commedia. Prima lo capiamo, meglio è. Una commedia adolescenziale, oltretutto. E forse, sono questi gli aspetti migliori dell’intero film, quelli che appunto danno a Peter Parker la sua perfetta identità cinematografica. Merito soprattutto di Tom Holland, perfetto per la parte e forse il più credibile ad aver indossato quel costume finora.

Quando però il film prova altro, o meglio diventa un film di Spider-Man, un action super-eroistico, cosa che peraltro dovrebbe essere più di ogni altro aspetto, si ferma. Il villain, nonostante il divertimento che trasmette Michael Keaton, è completamente inutili ai fini narrativi. Guardate il film, provate a toglierlo, o sostituirlo con qualsiasi altro personaggio, e la vicenda del protagonista non cambierebbe di una virgola: è un villain senza unicità. La presenza di Tony Stark, seppur limitata, è fastidiosa in ogni apparizione. Il suo ruolo di babysitter non aiuta la presa di coscienza del protagonista, semmai la rende forzata. I travagli interiori di Peter Parker sono appena accennati e non è il caso, per non fare un eccessivo torto al film, di paragonare la leggerissima sottotrama romantica alle rivoluzioni emotive dei personaggi di Raimi e Webb.

Spider-Man: Homecoming racchiude tutti i pregi e difetti dell’universo cinematografico Marvel. È un film piacevole, scorrevole, divertente, indirizzato a tutti, difficile che deluda o non piaccia. Al tempo stesso, è largamente inutile, leggerissimo, rifugge qualsiasi accenno di complessità e quasi si dimentica appena terminato. Anche nelle sue parti migliori si fatica molto a trovare una sostanza sotto gli aspetti più formulatici del racconto, dopotutto ci sono voluti ben 6 sceneggiatori (!) per scrivere una storia tutto sommato molto semplice. Come sempre, il maggior difetto Marvel rimane quello di cercare di piacere al più ampio pubblico possibile, ad ogni costo.

I ritorni a casa sono sempre così: tanto voluti, talvolta necessari, e poi fanno venire la nostalgia del passato.

Ma come primo capitolo di quella che è a tutti gli effetti una serie cinematografica, ci siamo. La Marvel, cosa più importante, ha trovato l’attore giusto e ha azzeccato il personaggio. Ci ha restituito uno Spider-Man credibile e amabile, cosa più importante. La prossima volta però cercate di fargli anche un vero film intorno. Come soluzione non sarebbe affatto male.

 

 

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