House of Cards – recensione della 5° stagione (SPOILER)

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La prima notizia è affermare che il VERO House of Cards è tornato.

La 3° stagione è stata altamente deludente, la 4° molto balbettante, ma finalmente al 5° anno House of Cards è tornata la serie additiva che abbiamo conosciuto. Certo, è stata indubbiamente aiutata anche da fattori esterni non voluti, i quali hanno dato alla visione un gusto particolarissimo.

Dopotutto non possiamo scappare dalla valutazione dell’era in cui la stagione cade. Vedere House of Cards nel momento del pieno degli scandali dell’ancora freschissima amministrazione Trump è effettivamente strano. Non tanto per le somiglianze, che poi in realtà sono poche. E nemmeno per l’attualità stringente, essendo House of Cards una serie molto meno politica di quanto sembri. Ma soprattutto per l’atmosfera di marciume generalizzato che il potere trasmette ultimamente.

Una serie che ritrae l’uomo più potente del mondo come un omicida e uno spietato arrivista cade nel momento in cui, a livello globale, c’è un livello di disaffezione mai visto verso la politica. House of Cards non tratta direttamente di questo, ma il retrogusto è fortemente ancorato nell’atmosfera in cui viviamo.

Ma la vera forza della 5° stagione è stata la capacità di reinventare ancora la serie, portandola forse al suo stato definitivo e più compiuto.

Nelle prime due stagioni House of Cards è stata una tragedia shakespeariana, senza spazio per la verosimiglianza ma orientata al racconto di una storia brutale. Dopo, quando Frank Underwood è arrivato alla presidenza, purtroppo la serie è diventata “politica”, cercando di inserire elementi reali che ne hanno fatto perdere tutto il fascino, chiedendoci oltretutto di credere che quel protagonista potesse fare davvero il bene della sua nazione. Superata quindi la tragedia, archiviata fortunatamente la pretesa di realismo, House of Cards è ora diventato una vera e propria distopia.

Tra risvolti elettorale impensabili, altri omicidi, macchinazioni, video-sorveglianze spudorate, passaggi di carica strategici, House of Cards ha abbondato definitivamente ed intelligentemente ogni apparenza di racconto politico o semplice indagine. In questa stagione si è visto davvero di tutto, e in maniera più marcata e quasi scontata rispetto agli anni precedenti. Persino il presidente che spinge un ministro giù dalle scale è accettato con ovvietà, e non porta conseguenze. E l’adrenalina dell’elezione presidenziale è lasciata più che altro ai momento non visti. O come non dimenticare l’ombra di un colpo di stato militare negli Stati Uniti.

Alla serie, insomma, non interessa più mostrare come funziona la presidenza degli Stati Uniti. E per fortuna. House of Cards ha abbracciato senza più remore il suo status di metafora del potere. Un’allegoria senza filtri, e senza vergogna, sulle storture del potere, sulla sfrenata ambizione, sulla cieca necessità di prevalere, sulla corruzione umana.

Non potrebbe comunque avere così tanto successo se non avesse due protagonisti sensazionali. Il vero colpo di genio della serie è la coppia centrale, senza se e senza ma. Il matrimonio più strano, e per questo migliore, mai visto in tv. La simbiotica e satanica unione tra due anime malate, che funzionano sempre al meglio l’uno con l’altro.

La serie ha avuto l’enorme audacia, sul finale di stagione, di invertire i ruoli, senza però cambiare la formula, o cambiare i personaggi di una sola virgola. Non è ciò che hanno a caratterizzare Frank e Claire, quanto la loro umanissima insoddisfazione di avere sempre di più. E’ proprio il finale di stagione, impensabile fino ad un paio di anni fa, quello che allarga gli orizzonti della serie sull’analisi del potere in ogni sua sfumatura, oltre lo Studio Ovale, oltre i codici nucleari.

Al tempo stesso, però, promette un endgame elettrizzante. Perché la prossima fase di House of Cards deve essere, inevitabilmente, quella di pensare alla fine. Il difetto della serie finora è stato quello di creare ostacoli perpetui al cammino di Frank e Claire sempre superati. Si è andati avanti per accumulo, ma la ripetitività delle minacce (soprattutto dell’indagine giornalistica che ormai vediamo da 5 anni senza sbocchi concreti) ha fatto perdere interesse.

Se non è quindi la caduta di Frank per fattori esterni ciò che interessa alla serie, è la narrazione a pretenderlo. La distopia è efficace quale versione distorta e spesso assurda della realtà quotidiana, e House of Cards è esattamente questo. Ma l’efficacia ha una data di scadenza che non si può ignorare, soprattutto vedendo i vari angoli bui in cui la storia si è infilata.

Non so se il prossimo anno, ma House of Cards deve finire. E proprio in quel finale saprà mostrarci le differenze con la realtà, la quale, talvolta, sa anche essere peggiore.

 

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