Twin Peaks 3×03/3×04 – recensione

twin peaks 3x03

Gordon Cole, il personaggio interpretato da David Lynch stesso, nel suo ufficio ha un quadro di Kafka. Credo che già questo ci faccia intuire molte cose.

Sarebbe quasi ovvio, termine solitamente estraneo a Twin Peaks, cogliere adesso la visione di Kafka nel lavoro di Lynch. Dal surrealismo all’assurdo, passando ovviamente per le metamorfosi, soprattutto in queste prime puntate c’è tanto di Kafka. Ma è una poetica sotto la lente lynchana, quindi se possibile ancora più enigmatica e strana.

Il tema delle trasformazioni e l’ossessione del doppio lo troviamo in Kafka come ora in Twin Peaks, ma c’è da dire che il soggetto del mutamento adesso è la serie stessa. Già la scorsa settimana con la doppia premere abbiamo capito quanto questo ritorno sia diverso dalla vecchia serie. Ora col 3° episodio abbiamo la vera conferma.

Dopotutto, il Lynch che si approcciava a Twin Peaks nel 1990 veniva da Velluto Blu, e quindi era affascinato da misteri e stranezze immerse nell’apparente tranquillità della provincia americana. La vecchia serie era figlia di quell’approccio. Solo successivamente Lynch ha conosciuto lati ancora più dark e sperimentazioni visive ancora più nette. Lo vediamo chiaramente, questa nuova serie è più che altro figlia di Strade Perdute, Mulholland Drive e Inland Empire.

Ma qui andiamo oltre. La 3° puntata è forse l’episodio più allucinante mai trasmesso in una serie tv americana. E probabilmente anche la più alta forma di astrattismo mai osata finora da Lynch stesso.

Davvero, descriverla è quasi impossibile, e io non oso immaginare quale possa la reazione di un pubblico non abituato. Inquietudine, fascino, mistero, paura, inspiegabile, tutto è concentrato in un episodio che rimarrà negli annali, i cui primi 20 minuti soprattutto sono la forma più estrema e radicale della visione di Lynch.

E non ci sono dialoghi, ma suoni. Suoni terrificanti, suoni perfetti, e Lynch stesso è indicato come “sound designer” nei titoli. Qualcuno più bravo di me un giorno dovrò scrivere libri su quanto sia meraviglioso il sonoro di questa serie.

L’intero episodio è costruito sul lasciare di sasso, sull’aggiungere domande (Cooper ha un altro doppelganger?), sul premere l’acceleratore. Non c’è una vera narrativa, non c’è l’ombra di linearità, eppure il viaggio verso l’ignoto di Cooper è davvero magnetico. Forse perché è anche il nostro viaggio, noi che non sappiamo mai cosa aspettarci dalla serie. Tutto così singolare, tutto così incredibile.

Ed è inoltre la conferma di un autore che, pur non girando nulla da 11 anni, non ha minimamente perso lo smalto. La sua visione è netta (per quanto ancora non chiara), il suo messaggio disturbante, la sua forma intatta. E da quando ha conosciuto il digitale, vive una seconda giovinezza estetica. L’impianto formale è infatti perfetto, ed evita gli errori di tante altre serie che approcciano l’onirico: forma sopra la sostanza. Lynch non cade in questo banale tranello, perché se ne frega della purezza e della pulizia. La messa in scena non è artefatta, non cerca mai di abbellire inutilmente l’inquadratura, e se gli effetti speciali risultano rudimentali tanto meglio, il significato ha la precedenza.

Questi due episodi funzionano magicamente insieme. Perché se la 3° è il più surreale esperimento mai visto in tv, la 4° è la cosa più vicina ad un autentico ritorno al vecchio Twin Peaks.

Saranno le musiche, sarà il ritorno di così tanti volti familiari, sarà l’atmosfera inconfondibile. Sarà il ritorno all’umorismo assurdo, come il PERFETTO cameo di Michael Cera e la sua perfetta imitazione di Marlon Brando. O le lacrime di Bobby, il momento finora più emotivo se pensiamo che quelle potrebbero essere tutte le lacrime che per Laura non pianse anni fa. Non lo so, e il non sapere è un mantra del nostro cammino con Twin Peaks, ma la 4° puntata fa davvero assaporare il passato.

Un contrasto continuo tra vecchio e nuovo, tra serie passata e serie attuale, che è proprio tra i temi affrontati. Perché ora lo sceriffo Truman ha un nuovo ufficio con gente nuova e computer moderni, ma lo tiene coperto, praticamente nascosto, perché fuori il mondo di Andy e Lucy deve essere sempre presente e sempre rispettato. E’ una tensione alla purezza fondamentale per capire Twin Peaks, la necessaria innocenza che il male nel mondo vuole toglierci. Twin Peaks ha sempre vissuto di un fondamentale spirito da boy-scout, e la voglia di Lynch è sempre stata quella di recuperare quelle radici. Che sia una fetta di torta, che sia un caffè con una ciambella, o un buongiorno al mattino, la serie ci mostra da decenni la lotta tra gentilezza e malvagità.

In definitiva, il nuovo Twin Peaks si conferma ancora una volta un miracolo. Non sappiamo se per altri 14 episodi possa reggere uno stile così imperscrutabile e sperimentale. Di sicuro però, Lynch ancora una volta sta realizzando qualcosa che nessuno può nemmeno concepire. Sono passati 25 anni, ma esattamente come allora, la tv non è pronta a ciò che Twin Peaks ci offre.

 

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