Alien: Covenant – recensione

Inevitabilmente, alla base di tutto, il nostro giudizio è influenzato da un errore di fondo.

Presentato come sequel di Prometheus e prequel di Alien, e già questo ci mantiene comunque in un limbo di riferimenti temporali ed espressivi, Alien: Covenant è in realtà molto più il primo che non il secondo, nonostante il titolo che solo ora capiamo soprattutto fondamentale a fini commerciali.

Certo, del capolavoro del 1979 ritroviamo l’impostazione del soggetto, il focus sull’equipaggio, l’astronave colonizzatrice, gli ovvi xenomorphi e l’orrore che portano. Ma ci fermiamo davvero lì. Non basta quindi un atto finale del film tutto incentrato sull’azione per dire “questo è il prequel di Alien” perché manca l’elemento di puro horror di genere, manca la costruzione spiccatamente claustrofobica, e persino il personaggio di Daniels, meno protagonista delle attese in un cast molto più corale, è vittima di una banale caratterizzazione e non ci ricorda la monumentale Ripley.

Insomma, se questo film si fosse chiamato “Prometheus: Covenant” forse la percezione sarebbe stata diversa.

Dopotutto, è anche normale che a Ridley Scott interessi di più proseguire un discorso iniziato nel 2011 che non uno realizzato e poi mollato nel 1979. Che poi debba interessare anche al pubblico questo è naturalmente un altro paio di maniche. La creazione, la filosofia, le possibilità dell’intelligenza artificiale (che paradossalmente fanno assomigliare questo film più che ad Alien casomai all’altro capolavoro di fantascienza del regista inglese, ovvero Blade Runner) sono alla base di Covenant, e tali temi infarciscono tutta la parte centrale con poco ritmo e dialoghi piuttosto posticci. Ci salva il magnetismo del talento di Fassbender, ma l’esplorazione di tematiche interessanti e ambizioni come la nascita della vita, le possibilità dell’espansione dell’esistenza, l’antitesi tutta teologica di un Dio che può creare la vita e al tempo stesso creare la morte, e la ricerca dell’uomo di appropriarsi di tale onnipotente potenzialità, sono una sprecate una dopo l’altra. Soprattutto perché, quando l’interesse sale, il film torna all’azione per riagganciarsi alla saga di Alien.

Esattamente come gli ibridi uomo/macchina, o le sperimentazioni uomo/alieno, nemmeno a farlo apposta Covenant è davvero un ibrido, un film troppo confuso nelle proprie intenzioni. Scott vorrebbe portare avanti i discorsi filosofici di Prometheus, che in quel film erano presentati in maniera molto più coerente e molto più affascinante, ma qui li fa scontrare con la necessità dell’azione di Alien, ed indeciso nell’impostazione tira fuori un film che non è nessuno dei due. In un certo senso, se anche il regista è un creatore, proprio il risultato del film dimostra la fallibilità della creazione.

 

2 pensieri su “Alien: Covenant – recensione

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