Song to Song – recensione

Song to Song

Ci sarà ovviamente più di qualcuno che, di fronte a Song to Song, dirà “i film di Malick sono tutti uguali”.

In realtà, questo è un falso storico. Basta vederli per capirlo: tra La Rabbia Giovane e The New World passa un mondo, non solo temporale. Il cinema di Terrence Malick, sempre affascinato da riprese naturali e da meno costrizioni narrative possibili, ha pesantemente virato verso l’astrattismo e il genere sperimentale solo da The Tree of Life in avanti, abbandonando quasi del tutto la sceneggiatura.

Solo dal 2011 quindi Malick ci ha regalato dei mosaici impressionisti, degli autentici sonetti filosofici che sembrano un flusso di coscienza di immagini e pensieri. E adesso Song to Song, pur mantenendo tutte le caratteristiche che fanno gridare i detrattori di Malick alla ripetitività, pur seguendo quel percorso tematico ed estetico iniziato nel 2011, è il film più lineare del regista texano da anni a questa parte.

Ricco di digressioni meditative e spirituali, immagini rubate, dialoghi quasi improvvisati, voce fuori campo costante (sinceramente troppa), Song to Song ha comunque una storia chiara e facile da seguire, le vite di quattro personaggi che si incrociano e respingono alla ricerca dell’amore. C’è sicuramente il dolore presente in To the Wonder, il film più personale di Malick (che però soffriva di un miscasting a tutti i livelli), e ritroviamo l’elaborazione edonistica ed estetizzante di Knight of Cups, eppure questo nuovo film è il più ottimista della sua recente produzione.

Quattro personaggi in cerca di senso e compiutezza personale, quattro allegorie del modo ascetico e spirituale di cercare le risposte. I più interessanti sono sicuramente Rooney Mara e Michael Fassbender, entrambi frammenti di un unico personaggio che si lancia nel vuoto edonistico per evitare il dolore della vita, oppure sentirla appieno, divisi però da intenzioni e reazioni: se la prima è la rappresentazione dello smarrimento umano, del dubbio, degli errori che bisogna fare per giungere ad una soluzione, il secondo è un luciferino artefice del peccato, colui che crea e cede alle tentazioni, vivendo per l’adrenalina pur rimanendone spesso vittima.

Inutile sottolineare la bellezza estetica del film, delle immagini, dei passaggi che la cinepresa di Lubezki ritrae. Inutile anche citare nuovamente l’eccessiva e spesso superflua presenza del voice over, e la somiglianza di alcune scene che incartano il film su sé stesso e lo fanno a girare a vuoto (come l’inutile presenza di una grande attrice quale Cate Blanchett, un’apparizione che onestamente sarebbe stato meglio tagliare in fase di montaggio). Ma questo è il cinema di Malick, va preso e accettato a pacchetto pieno.

E in considerazione di ciò, è giusto affermare che Song to Song potrebbe essere una svolta. I dilemmi si fanno più personali e meno religiosi, la narrativa si fa più chiara, i risvolti più ottimisti. I grandi registi sono quelli che, pur avendo toccato l’apice, continuano a provare, evolvere e tentare di migliorare. Terrence Malick è in questo gruppo con merito.

 

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