King Arthur – recensione

Le leggende e le avventure del ciclo arturiano hanno invaso tantissime volte il cinema.

Non è nemmeno un caso, poiché i miti dei canti bretoni, oltre ad essere effettivamente molto avvincenti e belli, sono alla base di tutta l’epica cinematografica che ha creato il genere fantasy. Ricontestualizzando il ruolo delle ispirazioni creative, non possiamo immaginare Il Signore degli Anelli oppure Game of Thrones senza il peso delle storie dei cavalieri della tavola rotonda.

Artù, Arthur, Semola, o addirittura americanizzato Art come adesso: come si può riproporre nuovamente al cinema una storia delle origini di colui che tolto Excalibur dalla roccia, vista tante volte e in tante salse?

La prima mossa è quella di chiamare al timone un regista dal chiarissimo timbro personale. Un regista come Guy Ritchie così riconoscibile, e così ingombrante, da trasformare in visione personale anche l’abusatissimo mito di Artù. Perché l’autore inglese appartiene a quel gruppo di registi che, più che realizzare film, plasmalo alla loro estetica qualsiasi storia. Come ad esempio non si va al cinema a vedere un film di Tarantino, ma si a vedere Tarantino stesso, lo stesso accade con Guy Ritchie.

E c’è da ammetterlo, il tocco di Guy Ritchie è sia croce sia delizia di King Arthur.

La visione di Ritchie è inizialmente un problema, perché il suo senso estetico fatto di slow motion e montaggio senza tregua non permette al film di respirare, confondendo velocità per dinamismo, e l’ipersensorialità dello stile mischiata ad eccessivi effetti speciali fa purtroppo assomigliare certe sequenze ad un videogioco.

Ma al tempo stesso, il gusto di Guy Ritchie è anche ciò che davvero salva il film, ciò che non lo appiattisce verso la ricerca di un inutile realismo e tenta di non farlo assomigliare ad i tantissimi fantasy che ormai si moltiplicano banalmente al cinema. La scelta di azzerare lo status di eroe di Artù per portarlo alle radici di un comune combattente di strada, unita alla sua regia accelerata ricca di una costante dose di ironia, sono gli unici elementi che elevano una sceneggiatura molto povera di idee che vede il protagonista solo come l’ennesimo supereroe da fumetto e confonde la storia dei cavalieri di Camelot con i fuorilegge usciti dalle foreste di Robin Hood.

Insomma, pur con i tanti ed evidenti difetti innati nel suo modo di fare cinema, Ritchie ha almeno provato a fare qualcosa di diverso con una storia vista e rivista. E Charlie Hunnam, pur non essendo il miglior attore al mondo, compensa con la giusta presenza scenica ed il perfetto fascinoso carisma. Sicuramente King Arthur non elude, alla fine, il template del classico blockbuster a cui ormai siamo abituati fino alla nausea, e solo il botteghino (come sempre per questo genere di film) ci dirà se vedremo una continuazione, se Lancillotto, Ginevra e Merlino si uniranno a quella tavola rotonda ancora in costruzione.

 

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