Better Call Saul 3×03: Sunk Costs – recensione

Anche una puntata come questa, tutto sommato largamente transitoria, è la prova della grande scrittura di Better Call Saul.


Prendiamo il ruolo di Mike, finora come già detto in precedenza vera mattatore sottotraccia della serie. E stavolta vediamo il primo incontro in assoluto tra Mike e Gus, con quest’ultimo che riprende la sua parte di grande burattinaio vista in Breaking Bad. Insomma, roba da mandare in brodo di giuggiole qualsiasi fan della serie.

E l’azione di Mike è come sempre dannatamente interessante, ipnotica, avvincente. E perché no, soprattutto divertente nel vedere i modi incredibili che usa per completare i suoi piani. Nel suo silenzio, nel suo meticoloso silenzio, Mike lascia il segno.

Eppure, l’euforia dei fans è paradossalmente attratta da altre parti. Perché finalmente Jimmy/Saul splende e va a riprendersi quel ruolo di protagonista, non solo emotivo, che dopotutto gli dà il titolo della serie.

Diciamolo chiaramente, in questo episodio ogni scena, ogni frase, ogni sguardo di Jimmy spezza il cuore. Si percepisce il suo dolore, è palpabile il suo sdegno. C’è tanta tristezza nella scena iniziale, incredibile vergogna quando Kim lo vede in tribunale. Non c’è più rabbia esplosiva, come quella vista sul finire della scorsa puntata. Il suo è sincero e purissimo dolore umano. Grosso merito va a Bob Odenkirk, non dimentichiamolo, il quale in questa serie ci sta regalando in continuazione interpretazioni magnifiche nella loro umanità e semplicità, nel loro calore e grandezza di sentimenti, liberandolo da quel ruolo di comic relief che la carriera sembrava affibbiargli finora. Il suo è un Jimmy tradito dal fratello, e ora praticamente è come se non lo avesse più. Quel fratello che continua a manipolarlo, a preparare macchinazioni come se, stavolta, fosse lui il truffatore di professione in famiglia.

Inutile negarlo, quando Jimmy dice a Chuck che le conseguenza sarebbe stata lasciarlo morire da solo, si riferiva anche a sé stesso, inconsapevolmente o no. Ma proprio dalle macerie di una famiglia disintegrata ne può sorgere un’altra. Jimmy ha sempre Kim al suo fianco, Chuck non ha nessuno. E quel senso di giustizia di quest’ultimo, in realtà amalgamato ad una totale invidia esistenziale, è un solco insormontabile tra i due McGuill.

Better Call Saul, anche in una puntata come questa di transizione, scava nelle psicologie dei personaggi come poche altre serie sanno fare. E soprattutto, pur raccontando due line narrative diverse, finora profondamente staccate, non sbaglia un colpo. Con la sua apparente calma, col tono sempre singolare, con l’atmosfera che solo i colori del New Mexico sa conferire, sta costruendo magnificamente il terreno per una doppia guerra, quella tra Gus e Hector, che ogni fan di Breaking Bad conosce, e quella soprattutto tra Jimmy e Chuck.

Anche la quiete, in una serie simile, è così dannatamente elettrizzante da seguire.

 

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