Boston caccia all’uomo – recensione

Boston caccia all’uomo è un buon film, per una volta partiamo dalla fine. E’ però un film che si regge su una costante e paradossale tensione identitaria.

Non parlo quindi di tensione scenica o narrativa, ma una tensione letterale su cosa essere e su cosa poter essere un secondo dopo, o talvolta allo stesso tempo.

Nel racconto dell’attentato alla maratona di Boston nel 2013, e della successiva pazzesca caccia ai due terroristi responsabili, il film nella prima parte è racconto clinico e preciso dei terribili fatti accaduti, e poi puro action alla costante ricerca di adrenalina nella seconda. E’ omaggio verso poliziotti, agenti, vittime e semplici cittadini che hanno vissuto quelle brutte giornate, ma mette al centro dell’attenzione un personaggio fittizio, interpretato da Mark Wahlberg, che finisce inevitabilmente per essere il meno interessante e spesso il più didascalico nelle sue gesta e nei suoi dialoghi. E’ un incontaminato ritratto dello spirito e del coraggio americano (il titolo originale è Patriot’s Day per fugare ogni dubbio sulle intenzioni) e in particolar modo della città di Boston, ma in un cast così corale finisce per essere molto più interessante e attento nel mostrare motivazioni e comportamenti dei due giovani fratelli terroristi, soprattutto della moglie convertita di uno dei due.

Allora devo tornare all’inizio: Boston caccia all’uomo è davvero un film riuscito, nonostante quanto appena detto.

Il merito è essenzialmente del regista Peter Berg, che riesce a tenere le redini del comando con estrema solidità e soprattutto con rara onestà di ciò che vuol raffigurare. Berg non è certamente un grande autore – nella stessa materia di film non ha la visione estetica e l’approccio documentaristico di Paul Greengrass,  non ha la volontà di scavare nei problemi toccando la controversia come Kathryn Bigelow, non ha il classicismo manicheo di Clint Eastwood – ma pian piano sta diventano il cantore della quintessenza del cinema patriottico americano grazie ad una grande compattezza nella messa in scena e una totale aderenza ai valori narrati.

Appunto, Boston Caccia all’uomo non evita qualche scivolone retorico, ma quantomeno Berg dribbla il melodramma e soprattutto quell’americanismo muscolare a tutti i costi. I suoi personaggi sono eroi comuni, non supereroi invincibili, e riesce a trasmettere un messaggio efficace non rinunciando allo spettacolo dell’azione e alla capacità di intrattenere lo spettatore.

In un certo senso, Boston caccia all’uomo e gli altri film di Berg sono film religiosi: veicolano una precisa scala di valori identitaria, e come tali non sono film che si amano o apprezzano, ma in cui bisogna crederci.

 

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