Logan – recensione

Oltre ad essere “solo” un film, Logan è prima di tutto una risposta a tutti coloro che ritengono le storie di supereroi, oppure i film tratti da fumetti in generale, inferiori al resto e meno degni di chissà cosa. Perché sia chiaro a tutti come premessa, Logan è un film di supereroi fatto e finito dal primo al’ultimo minuto: diffidate di chi vi dice che è un western, che è un un road movie, che è un violento dramma distopico, perché lo dicono esattamente coloro che non riescono ad ammettere che un autentico comic-book movie su un mutante possa arrivare a tali livelli di profondità e universale emotività.

Logan è il simbolo dell’eccellenza a cui, nel corso dei decenni, i fumetti hanno portato le storie di supereroi utilizzate come paradigma metaforico per esplorare le limitazioni umane, è il ritorno a quelle storie in cui la psicologia dell’eroe di fronte alla sconfitta ha avvicinato il genere alla letteratura, ridonando dignità (ma non che ne avessero bisogno) a giganti come Frank Miller, Alan Moore e Grant Morrison. Ed i fumetti di questi signori qui, non a caso, non sono mai stata roba per bambini.

E poi, o forse soprattutto, Logan è anche un autentico miracolo cinematografico. Proprio per i pregiudizi mentali finora accennati, per le ferree regole formulatiche e restringenti canoni di doverosa continuity a cui questi film sono sottoposti, per la necessità di generare blockbuster sempre più remunerativi e sempre meno divisivi, è quasi incredibile pensare che il regista James Mangold e il suo team siano riusciti a tirare fuori un qualcosa di simile, che va contro ogni regola del genere finora nota. Logan è un film cupo, triste, violentissimo, estremamente serio nel suo racconto sulla caducità dell’esistenza, che sfrutta al massimo le potenzialità offerte del visto censura americano Rated R, rarissimo per un comic-book movie, senza cadere nella trappola offerta da tale libertà (come invece faceva Deadpool, che praticamente era un Rated R in cerca di film e non viceversa) e capace di parlare al proprio pubblico di riferimento. Logan è infatti forse l’unico film di supereroi mai realizzato fino ad ora NON rivolto ad un pubblico di bambini, e nemmeno ad una platea di adolescenti, non per motivi inerenti la violenza o il linguaggio, ma semplicemente perché i temi narrati e approfonditi possono essere capiti ed empatizzati solo dagli adulti: la ricerca rabbiosa di un motivo per vivere pur consapevoli della propria mortalità, e anzi cercando quasi di bramare la fine come unico motivo che, per paura o per apatica stanchezza, possa dare un vero senso a tutto il resto, rende Logan semplicemente unico.

E unico non è solo il coraggio di Mangold nel portare avanti un simile progetto, ma anche la sua visione del genere stesso, di un eroismo completamente spogliato da epica o fuochi d’artificio, in cui l’essere eroi a tutti i costi è vissuto, se non proprio come una condanna, quantomeno come un continuo tormento.

E al tempo stesso, pur col suo tono da tramonto degli eroi, da storia che mette un punto e chiude un’era (diciamolo, se da domani utopicamente non si producessero più comic-book movies, questo sarebbe il perfetto capitolo finale di un intero genere), Logan è una meravigliosa e toccante lettera d’amore verso il mito dei supereroi, verso Wolverine, verso i fans e verso la dedizione di Hugh Jackman. Questo attore australiano che prima del ruolo della vita era praticamente sconosciuto sarà per sempre Wolverine nell’immaginario collettivo, e lui dopo quasi 20 anni e ben 9 film chiude nel migliore dei modi con una performance da brividi. Logan è davvero un attestato d’amore (a cominciare dal titolo senza precedenti, che restituisce la dimensione umana al personaggio) verso tutti coloro che sono letteralmente cresciuti con questi film e praticamente per tutta la loro hanno visto Jackman nei panni di Wolverine, accompagnandoli per mano fino alle fine. Perché anche quando usa armi classiche da fumetti che diventano metafore poco sottili – il protagonista che affronta un “Bizzarro” Wolverine a mostrarci la lotta contro sé stesso, dell’io vecchio contro l’io giovane, della morte contro la vita – non perde mai di vista il significato oltre l’immagine e l’importanza dell’umanità.

Proprio quest’ultima, in chiusura, è la vera chiave di volta di tutto il film. I punti cardine di Logan sono indubbiamente “natura, mortalità, sofferenza, distacco” ma sono tutti tratteggiati con una fortissima anima e con una costante delicata umanità. Un film che racconta il dolore ha la sua forza nel volto di una bambina, nella speranza di un anziano, in una risata condivisa a tavola. Ritrovare tutto ciò e tutti i termini detti poco fa in un film di supereroi, un film di mutanti che si concede il lusso di trasformarsi in una elegia sulla vita e sulla morte, è il perfetto simbolo di quanto Logan abbia colto nel segno e quanto rimarrà importante nel suo genere.

 

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