Kong: Skull Island – recensione

Partiamo da una premessa ovvia: King Kong lo conosciamo tutti, anche chi non ha mai visto i film a lui dedicati finora. Insomma, è davvero una delle figure della cultura pop più note e riconoscibili di sempre.

Cosa inventarsi quindi al giorno d’oggi al cinema su questo gorilla gigantesco, senza il rischio di ripetersi e quindi annoiare? O meglio, perché alla fine di questo si tratta, come introdurlo nel panorama degli odierni blockbuster cinematografici che campano di universi condivisi, sequel e prequel?

La risposta che Kong: Skull Island che ci regala è la più ovvia ma al tempo stesso la più rivoluzionaria: fare un film su King Kong che praticamente non parla o racconta di King Kong.

Perché il film del giovane Jordan Vogt-Roberts, nome raccattato di peso dal cinema indipendente e proiettato a giocare con effetti speciali e budget inumani, con un immaginario cinematografico di riferimento totalmente diverso da coloro che prima di lui hanno portato il gorillone al cinema, realizza un enorme film di genere di mostri mascherato da film di guerra.

Kong è ovviamente l’assoluto protagonista, la sua presenza scenica si sente, percepisce e, pur essendo giustamente centellinata, coinvolge ogni pensiero, azione e conseguenza degli altri personaggi, ma a notare bene l’essenza del film e lo sviluppo narrativo non cambierebbero di una virgola se al suo posto ci fosse qualsiasi altra creatura cinematografica: King Kong è quindi davvero un pretesto – e si badi bene, non lo dico affatto come fosse un male, anzi – per divertirsi e portare sullo schermo un’avventura con i mostri “brutti e cattivi” che intrattengono per due ore mentre mangiamo pop-corn. E’ uno spregiudicato e scanzonato B Movie d’altri tempi che trae la propria forza esattamente da tale consapevolezza, e va avanti ad un centimetro dal trash senza mai caderci dentro.

L’estetica citazionista del regista, tra riferimenti narrativi, scenografi e musicali ci riporta ovviamente al cinema bellico degli anni ’70 con Apocalypse Now nume tutelare, e le vie che percorre in questo genere sono proprio quelle che lo tengono a galla: nel militare interpretato da Samuel L. Jackson che è deluso dalla sconfitta in Vietnam e vorrebbe continuare a combattere per mai taciuto orgoglio, e allora sostituisce mentalmente i mostri ai vietcong, il film riesce anche a dare una psicologia al divertimento più spicciolo. Peccato solo che questa psicologia non sempre trovi un porto dove attraccare, perché l’unico vero grande difetto del film è il ritratto dei personaggi umani. In un film interessato ai mostri gli umani sono naturalmente sacrificati, e coloro che dovrebbero essere i protagonisti li dimentichiamo strada facendo: Brie Larson rappresenta la decostruzione del ruolo della “bella” in mano a Kong vista nelle precedenti storie, ma ha molto da fare se non strabuzzare spesso gli occhi, mentre Tom Hiddleston è praticamente inutile ed è lì giusto perché serviva qualcuno da mettere nei poster come nome di richiamo.

E’ sicuramente paradossale affermare che King Kong poteva anche non esserci nel suo stesso film, con una presenza giustificata soprattutto per ragioni di marketing e per far incontrare il personaggio nel futuro con quello di Godzilla (esatto, ormai non sanno più che inventarsi…), ma al tempo stesso è anche il testamento della riuscita complessiva di Kong: Skull Island, un film che intrattiene e restituisce al pubblico quel senso scanzonato, ma realizzato benissimo, di un cinema d’altri tempi.

 

Un pensiero su “Kong: Skull Island – recensione

  1. Vedrò il film, fermo restando che l’epopea di Jackson mi sembra aver posto fine a qualsiasi tentativo di modificare la leggenda di Kong: il capolavoro del 2005 penso sia irripetibile per regia, cast, ambizioni, poesia, spettacolo ed emozione. Con buona pace di Godzilla

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