Jackie – recensione

nota: questo è un repost della recensione precedentemente pubblicata durante il Festival di Venezia 2016

 

Forse, se volessimo trovare un altro e reale protagonista di Jackie, direi che il ruolo spetta a quel bel vestito rosa. Puramente rosa, come la carnagione di un bambino, rosa come l’umanità basilare, rosa che contrasta con lo scuro dei vestiti dei politici e con l’angelico chiarore delle pareti di ospedali e Casa Bianca.

Un vestito rosa però, perpetuamente, imbrattato di sangue, una macchia che va oltre il vestito, arriva fino sotto pelle, e non abbandona più quel corpo che ne ha sentito lo sporco invadente calore. Ecco, una semplice immagine, ma efficacissima nel descrivere immediatamente la perdita dell’innocenza.

Oltre le immagini e le percezioni però, la vera e unica protagonista di Jackie naturalmente non può che essere Natalie Portman, sul cui volto si regge letteralmente l’intera vicenda. Nel racconto dei tre giorni che passano dall’omicidio del presidente John Kennedy nell’ottobre 1963 al suo funerale, vediamo e viviamo tutto lo strazio di Jacqueline Kennedy, in un attimo non più First Lady e ormai vedova, che deve combattere con la percezione pubblica e con i propri sentimenti.

Più che un biopic – semmai nel genere è di quelli non convenzionali, cosa per me già lodevole in partenza – Jackie è l’analisi dell’elaborazione del dolore e del lutto. E’ curioso a dirsi, ma quando si parla di perdita umana si usa sempre il termine “elaborazione del lutto” perché è un avvenimento che per quanto traumatico non si supera, non si supera mai, si impara semplicemente ad elaborare, capire, assorbire, farlo proprio, conviverci e andare avanti (si vive la morte altrui in un certo senso, che paradosso). Il film è tutto nei primi piani della protagonista, in quegli occhi enormemente tristi che cercano di capire cosa sia successo e alla tempo stesso come andare avanti: scavata in volto, con uno sguardo spento, ma al contempo dignitosissima e magnetica, Natalie Portman crea una Jacqueline Kennedy in bilico tra l’umanità della donna rimasta sola e il mito in costruzione, elettrizzando l’intera inquadratura con la lacrime non di semplice dolore ma cariche di quell’inconsapevolezza fatale di chi è colpito all’improvviso da una tragedia più grande di quanto si potesse immaginare.

Concepire un film del tutto interiore interamente su un volto esteriore è un concetto magistrale, qui messo in pratica con incredibile capacità da Pablo Larrain: qualunque altro regista avrebbe spinto più sulla ricostruzione storica, sul sentimentalismo, sulla convezione, invece il regista cileno ha naturalmente una sensibilità tutta sua, diversissima dai colleghi americani, e riesce ad intercettare le paure più profonde: con la sua camera a mano che indaga nei primi piani e una composizione narrativa frammentaria, aiutata anche dalla grave colonna sonora di Mica Levi, il regista cileno ci accompagna tra le devastanti rovine del vuoto umano.

Profondamente apolitico, pur mostrando i meccanismi del potere in tali situazioni, Jackie è interessato ad indagare nei dubbi che l’uomo conosce solo quando avvengono: come comprendere il dramma presente e al tempo stesso come reagire per il futuro, più buio ma inevitabile. Dopotutto, se è vero che l’omicidio di Kennedy ha rappresentato il primo segno della perdita dell’innocenza dell’America intera, pensare che il peso pubblico e privato di tale gigantesco trauma sia ricaduto tutto sulle spalle di una giovane donna di 34 anni, un secondo prima regina del mondo e un secondo dopo vedova impreparata, è semplicemente devastante: Jackie ci accoglie in quel dolore nella maniera più reale e potente possibile.

 

 

Un pensiero su “Jackie – recensione

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