Sherlock 4×01: The Six Thatchers – recensione

Sherlock è tornato.

Ne sentivamo quasi un bisogno fisiologico, perché questa più che una serie tv è un’autentica tortura. Lo è davvero se per vedere le nuove stagioni tocca aspettare sempre due anni (!) e poi ritrovarci davanti appena 3 episodi, certo, lunghi 90 minuti ciascuno, ma pur sempre 3 appuntamenti settimanali e poi via di nuovo.

Ed è davvero una tortura, perché senza si va dritti in astinenza. Per il modo in cui è scritta, recitata e diretta, per l’iconicità dei suoi personaggi e momenti, per lo status cult ormai raggiunto in tutto il mondo quasi fuori dai confini normali della serialità televisiva (in questo senso le lunghe pause hanno giovato alla celebrità della serie, permettendo pure ai due attori protagonisti di diventare nomi notissimi), Sherlock è una botta di adrenalina che inebria lo spettatore e lo coccola illudendolo che sia qui per rimanere.

E l’inizio di di questa 4° stagione di Sherlock è stato davvero tutto quello che i fans accaniti volevano. Si parte dritti da dove eravamo rimasti (quasi facendo un favore a chi non ha colpevolmente recuperato lo splendido speciale natalizio dello scorso anno), si prende il cliffhanger a cui gli spettatori sono stati costretti a pensare per ben due anni e si aggira come nulla fosse, un tratto distintivo degli sceneggiatori che non si mettono mai dietro un angolo, presentano i casi e li accartocciano uno dietro l’altro in una struttura a scatole cinesi, facendo ogni volta pensare che quello sia il soggetto dell’episodio, ed invece poi si sterza ancora.

La prima mezz’ora dell’episodio è purissimo Sherlock, con continui cambi di attenzione, trucchi narrativi a non finire, ritmo serrato e tanto sano divertimento che traspare dalle solite fantastiche prove di Benedict Cumberbatch e Martin Freeman, ormai un duo iconico quasi quanto i caratteri chiamati ad interpretare.

Poi, quando un caso prende finalmente il centro della scena, o meglio le conseguenze di quel caso e ciò che c’è dietro, si svela il vero senso di questo ritorno: non far perdere la bussola solo a noi spettatori, ma cercare di sconvolgere l’intera architrave emotiva della serie. Questo episodio ha sicuramente dei difetti, su tutti la platonica infedeltà di Watson e la risoluzione del caso con la riesumazione di un personaggio inutile da giallo scolastico vecchio stampo, ma sono difetti del tutti secondari di fronte alla forza del compartimento emotivo delle relazioni centrali. La meraviglia di questa serie, forse possibile anche grazie alle famigerate lunghe pause che permettono di lasciar pensare gli autori, è la capacità di evolvere i personaggi senza mai farli snaturare, cosa che tante serie non riescono mai a fare: il nostro Sherlock Holmes è sempre il sociopatico dell’inizio, se possibile ancora più irritante e misantropo col suo cellulare, ma ormai è diventato anche un uomo dal cuore d’oro che conosce benissimo il posto nella propria vita di amici e persone che ha accanto. Non è più un eroe definito dal proprio aspergeriano talento, ma un essere umano a tutto tondo, incastrato da un lato da sentimenti puri di affetto, e dall’altro dall’ossessione e dalla paura di un ritorno di Moriarty che ancora non sa spiegarsi.

E’ una puntata che sicuramente avvicina la serie alle controparti cinematografiche, con scene di autentica azione e di lotta, con spostamenti geografici in luoghi esotici che richiamano i film di spionaggio classici, ma Sherlock rimane esattamente ciò che l’ha resa cult e se possibile migliora di volta in volta, divertendo e stupendo con sceneggiature tra le migliori nel panorama televisivo attuale.

Sherlock è tornato, e seppur per poco, ne vedremo sicuramente delle belle.

 

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