Westworld 1×10: The Bicameral Mind – recensione

Non c’è dubbio nel dirlo, i lunghi 90 minuti di “The Bicameral Mind” rappresentano uno degli episodi più intensi ed avvincenti mai visti nella storia della tv.

Ma al tempo stesso, anche a causa delle vette raggiunge, è la conferma che questa prima stagione di Westworld, complice anche le altissime aspettative ed ambizioni della vigilia, ma può archiviarsi tra le più grandi delusioni dell’annata televisiva (e non ci interessa parlare di ascolti o cose simili).

Non è sicuramente un caso che la meta da raggiungere da molti personaggi in questo episodio, e simbolo di un momento molto importante che poi tornerà nel corso dei 90 minuti, sia un labirinto. Westworld lungo dieci puntate è stato essenzialmente questo: un labirinto, un mosaico, un puzzle da comporre e scomporre continuamente, un crogiolo di domande e misteri sempre anteposti alle emozioni e alle caratterizzazioni dei personaggi. Abbiamo seguito i dieci episodi di Westworld per capire cosa diavolo ci fosse dietro, quali fossero le intenzioni, come allineare i vari livelli temporali della narrazioni, ma quasi mai li abbiamo visti perché realmente interessati alla forza della storia o per una connessione empatica con i personaggi.

In questo Westworld ha fallito, rimanendo estremamente fredda e distaccata, e questo episodio finale ne è l’ennesimo esempio.

Tutti i temi cardini della serie erano presenti nella puntata finale, tutte le enormi potenzialità ed interessanti spunti: la possibilità di una vita per le macchine; il raggiungimento della piena consapevolezza umana sul nostro essere; l’importanza della coscienza e nei ricordi nella formazione delle nostre esperienze di vita; l’impossibilità di sapere cosa sia il nostro mondo e cosa c’è oltre unita all’inaffondabile curiosità di scoprirlo; il rapporto tra uomo e Dio, che sia quest’ultimo esistente o creato da noi stessi; il sadismo innato e perpetuo degli essere umani, che giocano a fare gli dei e se cosa potrebbero fare se non ci fossero i recenti delle convenzioni sociali. Maeve che passa tra i corridoi dei laboratori e scopre cosa c’è oltre la sua mente è la metafora più importante vista finora nella serie, quella di la serie aveva bisogno ma che mai più ha raggiunto.

Questo lungo elenco, ricco di temi così forti, così pregni di complessità, così fortemente emotivi, sono stati toccati dalla serie, ma mai veramente espressi perché Westworld era troppo interessata a dipanare una matassa di incastri narrativi avvincenti ma, arrivati al fulcro, inutilmente fini a sé stessi. E come beffa finale, come se gli autori avessero voluto pure loro giocare a fare gli Dei ma le loro creature, gli spettatori, si sono ribellate, la maggior parte delle sorprese costruite sono state indovinate e svelate molto presto dal pubblico su internet, rendendo quindi scontato e togliendo ancora più peso emotivo alle rivelazioni di questo finale.

Westworld non è un completo fallimento, anzi, avercene di serie tv così ben fatte, così ben studiate, così ben pensate e così ricche di temi incredibilmente interessanti. Semplicemente, è una serie che dovrebbe cercare un proprio personale labirinto, entrarci e trovare in fondo un necessario cuore.

 

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