The Young Pope, la crisi di un uomo in contatto con Dio

L’elezione di un papa iper-progressita, quasi contro i canoni e dettami dottrinali classici della Chiesa, può ovviamente capitare, ed è sempre più facile da immaginare andando avanti con i decenni.

L’elezione di un papa ultra-conservatore, al tempo stesso, è ugualmente probabile che capiti, un retrogrado oscurantista quasi in risposta proprio ai tempi che cambiano.

Ma la genialità di The Young Pope non risiede in questa semplice quanto importante dicotomia: no, la prima serie tv di Paolo Sorrentino esplora un altro tema, ovvero la ben più improbabile elezione di un papa che non crede in Dio. Davvero, può un papa non credere in Dio? Sicuramente no, ma se così fosse?

“Io sono una contraddizione, come dio uno e trino, trino e uno, come la Madonna vergine e madre, come l’uomo buono e cattivo”.

Questo è il punto di tutto, capire che la fede e di conseguenza gli uomini di fede sono una contraddizione, così come un papa che non crede in Dio. Pur nel suo enorme uso dello stile e di una estetica sempre più astratta, cresciuta a dismisura negli ultimi anni e riutilizzata anche in questa breve serie, Paolo Sorrentino ha sempre esplorato storie di uomini prima di tutto, storie tremendamente umane e tremendamente emotive, sempre storie in cui al centro c’è la ricerca di sé stessi, di un problema primordiale, di un qualcosa che impedisce il verso raggiungimento della felicità oppure il semplice stare a proprio agio.

Tale malessere c’è in tutti i suoi film, in tutti i suoi protagonisti maschili, e ovviamente è riproposto nel papa giovane interpretato con mefistofelico carisma e magistrale intensità da un Jude Law raramente così in palla.

Insomma, la grandezza di Sorrentino qui è stata quella di indagare la fede e le sue contraddizioni partendo dal punto di vista umano. The Young Pope non va intesa come una serie politica, come una serie contro la Chiesa, nemmeno come una serie realistica – per quanto durante la messa in onda l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti l’ha resa improvvisamente ed involontariamente contemporanea date le affinità dottrinali delle due figure – ma come un autentico viaggio spirituale. Non a caso, è una serie che non rispetta affatto i canoni narrativi abituali (e non so in tal senso come potrà essere recepita negli Stati Uniti rispetto al resto della normale programmazione, per quanto di qualità altissima) ed è scritta e girata con lo stile idiosincratico di Sorrentino e con lo stile dei prodotti artistici europei da festival, non certo da grande pubblico. Se infatti le scene e le situazioni vanno dove gli pare, con un montaggio ed uso delle inquadrature non convenzionale, gli episodi stessi non hanno un’autentica trama verticale (e quella orizzontale è ugualmente ridotta all’osso) e molte cose che accadono all’inizio poi non hanno lo sviluppo prevedibile in altre serie. Prendiamo ad esempio la vicenda di Dussolier, o l’utilizzo di Spencer, oppure l’intera trama legata a Voiello.

Chi pensava a “Vatican Cards” come era stata frettolosamente soprannominata la serie all’inizio ha sbagliato di grosso, The Young Pope non è una serie sul potere ma sulla crisi personale e ricerca di sé stessi, non si segue per vedere un papa conservatore che cerca di dribblare gli ostacoli posti dal cardinale Voiello, ma per capire come possano gli uomini di fede vivere in un costante senso di incertezza, con un Dio che non si manifesta concretamente. E ogni volta che un accenno di trama arriva, è come se percepissimo Sorrentino stesso annoiarsi e allontanarsi, mollando tutto a favore di una scena onirica oppure di un discorso sullo stato delle cose.

Si potrebbero dire ancora tante cose, dall’estetica clamorosa all’uso delle musiche, dalle scene dannatamente cool alla splendida recitazione di Jude Law e Silvio Orlando, fino alla vastità dei temi trattati in 8 episodi, perché non avendo una singola trama The Young Pope si è presa il lusso di toccare molte discussioni delicate, ma ciò che resta è la crisi di un uomo che vive come fossero proprio le contraddizioni del mondo: un uomo che cerca l’amore ma al tempo stesso lo impedisce con le proprie visioni retrograde, un uomo che si manifesta come un santo ma al tempo stesso con crede nella capacità che gli è stata donata, un uomo che cerca di capire chi è ma al tempo stesso ne ha paura. Il papa Lenny Belardo non crede in Dio perché, paradossalmente, è il primo a sapere che Dio esiste, e sa che esistendo non può permettere le tante cose che accadono: lo chiama, lo implora, ci dialoga, ha un vero contatto con lui, compie autentici miracoli grazie a lui, ma non crede Dio sia la risposta definitiva a tutto perché lui stesso, alla fine, rimane un uomo senza direzione, senza origine quindi probabilmente senza futuro.

La fede, qualunque cosa sia e in qualsiasi modo voglia essere ricondotta, è sempre una questione soggettiva, e pur essendo un discorso su cui si sono sprecati secoli di teologia rimane l’ennesimo fatto puramente umano, essenzialmente umano, superficialmente umano, forse troppo umano. Lo ha capito Paolo Sorrentino, le cui esperienza personali di vita si riflettono nella ricerca dei suoi personaggi e soprattutto con una forza mai vista prima in Lenny Belardo, e la sua serie The Young Pope, pur non essendo ovviamente una risposta, è una nuova affascinante e bellissima domanda.

 

2 pensieri su “The Young Pope, la crisi di un uomo in contatto con Dio

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