Christine – recensione

E’ curioso e senz’altro bizzarro il fatto che l’allucinante e tragica storia vera di Christine Chubbuck non sia mai stata portata al cinema. D’altro canto però, è anche normale che il cinema più hollywoodiano abbia lasciato sotto traccia una conclusione così drammatica, delegando tale responsabilità al cinema indipendente.

In ogni caso, la storia di Christine Chubbuck meritava sicuramente di essere raccontata, soprattutto perché non definita solo dal suo brutto finale: è la storia, dopotutto, di un essere umano che soffre proprio per il silenzio che gli sta attorno.

“Non ho capito la domanda”

Tutti noi, in un modo o nell’altro, cerchiamo risposte nel mondo e dal mondo, risposte che definiscano la nostra stessa vita. Le domande esistenziali che fin dalla notte dei tempi ci poniamo hanno un ruolo fondamentale e costante nel nostro cammino, ma conducono sempre ad un vicolo cieco. Allora forse il vero punto non è afferrare le risposte, ma capire che in realtà non abbiamo mai capito le vere domande. Christine nel film ad un certo punto dice tale frase – in contesto particolare e non legato al discorso che sto tentanto di approcciare – e forse involontariamente ha colto tutta l’essenza della vita, e quindi la fonte dei suoi problemi.

Christine è una donna brillante, dal carattere difficile ma forte, determinata e assolutamente amante del proprio lavoro di giornalista, che affronta con una passione innata. Ma è soprattutto una donna problematica, e come tale incapace di affrontare di petto le difficoltà, che inevitabilmente finiscono per sommarsi e moltiplicarsi per le leggi secondo le leggi più infami dell’universo. Christine, appunto, è una donna, sfortunata che non ha capito le domande che il mondo le pone davanti, e non sa quindi come affrontare un lavoro televisivo sempre più virato al sensazionalismo, non sa come affrontare una vita sentimentale sempre più arida, non sa come affrontare un rapporto materno quasi inesistente.

Christine non sa fare tali cose non per colpa sua, e questo è il punto primario che porta alla sua terrificante scelta finale.

Lungi dall’essere un film che spettacolarizza una tragedia puramente umana, e saggiamente nemmeno l’ennesimo banale film sul giornalismo che perde la propria integrità, il film di Antonio Campos è un feroce quanto veritiero ed onestissimo character study su una donna priva dei mezzi per affrontare le avversità quotidiane. Rigoroso nella messa in scena e nel tono via via sempre più psicologicamente agghiacciante – l’appuntamento galante che diventa terapia ne è uno spiacevole esempio – Christine è efficace soprattutto per la maestosa performance di Rebecca Hall, il cui volto è la tavolozza perfetta per ritrarre le paure, le insicurezze ed il continuo sbigottimento per una vita che sfugge sempre più di mano: i suoi occhi rimangono impressi più di ogni altra cosa.

Christine è indubbiamente un film forte, che mette a disagio, e con ciò racchiude il proprio scopo. Pensare che sia una storia vera ha dell’incredibile, ma è un pensiero che può aiutare a far capire che spesso la ricerca di risposte più grandi di noi è del tutto superflua se il presente ci sfugge di mano.

 

 

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