Elle – recensione

Ci sono registi che fanno film originali, e fortunatamente sono davvero tanti. Poi ci sono quelli che fanno film politicamente scorretti, a volte sono per il semplice gusto fine a sé stesso, e poi anche i registi abili a creare storie controverse.

Ma forse c’è un solo regista a cui si può dare veramente la definizione di sovversivo: Paul Verhoeven. La sua filmografia, unica e strampalata quanto vogliamo, lo conferma appieno.

Il suo nuovo film Elle è un’opera immensamente sovversiva, perché prende tutti i pensieri ed i comportamenti che non si dovrebbero avere lanciandoli addosso agli spettatori. Questa totale libertà creativa, questa totale mancanza di freni non è, naturalmente, sinonimo di qualità a prescindere, e in Elle i difetti sono tanti senza dubbio, a partire da numerose scelte artificiali e sottotrame un po’ ridicole. C’è quindi una natura giocosa, forse eccessiva, che però permette al regista di liberarsi da ogni orpello e dominare la scena con momenti via via sempre più respingenti.

Le perversioni, non a caso, sono prima di tutto giochi.

Ed appunto Elle è un film sulle perversioni, su ciò che di brutto abbiamo in testa e su come possiamo liberarcene, o meglio, sapendo che non possiamo farlo come possiamo sfogarle. Dalla storia di una donna stuprata che inizia col suo stupratore un vero e proprio duello sadico, Verhoeven trae spunto per provocare e liberare le proprie pulsioni sommariamente psicologiche. Sono tanti i suoi obiettivi, prima di tutto una molto poco sottile critica alle ipocrisie simboliche della Chiesa, ma soprattutto l’essere umano che sovverte la propria amoralità innata con le costrizioni della società.

In questo discorso spiazzante e teso, ma anche molto ironico, perché non si può non ridere delle nostre stesse pulsione recondite, il filo conduttore è la presenza scenica di Isabelle Huppert, la quale si impossessa di un ruolo sicuramente mastodontico per qualunque attrice, ma che lei fa proprio in maniera disinibita e apertissima (dopotutto lavorare con Haneke aiuta a farsi le ossa). Il suo volto sempre sardonico, il suo impercettibile modo di lasciar intravedere fragilità senza perdere una virgola in carisma, è ovvio dire che la Huppert è l’asso nella manica del film, ma la sua libertà si sposa perfettamente con un personaggio che di chiave di lettura psicologiche ne ha in quantità industriale: Elle è prima di tutto la Huppert stessa, ma l’attrice è la perfetta musa per le provocazioni di Verhoeven, il quale a sua volta si sente a suo agio con un talento simile, un circolo nel quale regia, recitazione e sceneggiatura si fanno a forza a vicenda, plasmandosi insieme nella libertà più sconfinata.

Quando c’è libertà c’è sicuramente imperfezione, e laddove l’imperfezione regna è più facile colpire e lasciare il segno. Elle potrà non convincere trasversalmente, ma non lascerà nessuno senza commenti a riguardo.

 

 

 

 

 

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