Doctor Strange – recensione

Mi sono approcciato alla visione del film, e di conseguenza già mentalmente alla futura recensione (ovvero questa che ora leggete), con tante belle speranze e aspettative. La Marvel che si rigenera e prova qualche novità, un nuovo personaggio, un nuovo cast, un nuovo ambiente, cioè il mondo della magia, e un nuovo filone almeno per il momento ancora slegato a quello principale degli Avengers.

A visione terminata, per me Doctor Strange è stato una mezza delusione, non per una sua insita bruttezza – al contrario, è un film godibilissimo, ed in più uno spettacolo notevole per gli occhi – ma perché ha lasciato per strada molte occasioni sprecate. Insomma, per una volta con un film Marvel avevo aspettative, e per una volta in un film Marvel vedevo potenzialità: lo so, non devo mai fidarmi (e quanto temo adesso per Guardians of the Galaxy 2).

Come detto prima, e forse è la cosa che più sentirete e gli altri ripeteranno a difesa del film, Doctor Strange è davvero molto spettacolare. Gli effetti speciali visivi sono di primissimo livello (in particolar modo la scena con l’azione ricostruita al contrario), il ritmo alto e le scene di combattimento eccellenti. Non ci si annoia mai, e anzi si rimane sempre piacevolmente colpiti, molte volte stupiti. Diciamolo, è un film divertente, e sappiamo quanto la Marvel tenga a tale aspetto.

Ma appunto, l’enorme vero problema di Doctor Strange, e di tutta la Marvel come sempre, è quello di voler essere un film che piace, piace tanto, piace a tutti indistintamente e forzatamente. La Marvel cerca di piacere a tutti i costi.

Pare un paradosso, ma un film così grandemente spettacolare non osa avere veri guizzi o coraggio, e la storia ne risente. E’ tutto fin troppo scolastico, fin troppo ovvio, fin troppo tenuto in superficie. Il protagonista Steven Strange è l’ennesimo ricco arrogante che ha un percorso di illuminazione altruista e diventa un eroe (inutile dire che se si fosse chiamato Tony Stark nessuno avrebbe notato la differenza) ma non è mai approfondita né la sua idiosincrasia iniziale né l’improvviso istinto al sacrificio. Il villain ha un pizzico di rilevanza in più, dovuta più che altro al carisma di Mads Mikkelsen, ma finisce come sempre ad essere soltanto un mero strumento dedicato al percorso di consapevolezza dell’eroe, e non un vero personaggio tridimensionale. Sull’inutilità del personaggio di Rachel McAdams, che passa in un attimo da love interest a comic relief, nemmeno voglio soffermarmi troppo, basta vedere che letteralmente sparisce nel finale. In questa storia così ovvia, con una struttura che va dal punto A al punto B senza un conflitto narrativo o psicologico, anche gli attori sono molto limitati, e un cast così fenomenale si ritrova a dover portare a casa solo il compitino (l’unica che eccelle è Tilda Swinton, ma grazie, dopotutto è Tilda fucking Swinton).

Tutto ciò, sia chiaro, sta benissimo alla Marvel, perché il film appunto piace comunque, diverte comunque, e non annoia, e soprattutto farà vedere tanti nuovi giocattoli. Ma da una storia sulla carta molto originale, con un cast simile, con potenzialità ancora da esplorare, e con la possibilità unica di potersi muove ancora slegata dall’universo interconnesso degli Avengers, era lecito aspettarsi di più. Insomma, quando di un film, un qualunque film, anche di un semplice blockbuster, la prima cosa positiva che si evidenzia sono gli effetti speciali, per quanto spettacolari, c’è sempre da avere qualche legittimo dubbio.

 

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