The Birth of a Nation – recensione [Speciale Roma 2016]

Senza iniziare con troppi giri di parole, dico subito The Birth of a Nation rientra nella classica categoria di film di cui è difficile, se non impossibile sotto diverse angolature, parlarne davvero male. E attenzione, non è una questione di forzato politicamente corretto come potrebbero credere molti, ma semplicemente una constatazione del fatto che tali storie contengono e sprigionano una forza emotiva a cui non si può rimanere indifferenti.

Il film di Nate Parker, autore e interprete, appunto non fa minimamente eccezione in questo caso, riuscendo a catture a più riprese, con più sequenze, una varietà sconfinata di sentimenti umani: si passa dal’indignazione al puro orrore, dalla rabbia alla tristezza, e nessun momento umano è mai regalato o appunto manipolato, anzi, in taluni frangenti la mano di Parker avrebbe potuto essere anche più coraggiosa.

Semmai, i veri problemi e difetti di The Birth of a Nation risiedono tutti nella struttura e nelle intenzioni del regista: scolastica la prima, banale la seconda. E’ pur vero che ormai essere originali con i film sullo schiavismo è impresa improba, si è visto praticamente di tutto e ci si ripete nelle situazioni e nel ritratto del dolore (persino le ambientazioni sono identiche a molti altri film, ma non può essere un’accusa essendo la Lousiana per forza di cose quella lì), ma l’approccio di Parker alla storia è a dir poco semplicistico, un compendio di traumi e indignazioni che passa al punto A al B e poi al C puntando solo e soltanto sull’escalation delle situazioni e non sull’indagine psicologica dei protagonisti.

L’intenzione è appunto quella, e forse questo è l’unico vero spunto originale del film, di non creare solo una storia sul dolore ma piuttosto sulla rabbia. L’attualità del film è lampante, ed i sentimenti che scatena molto empatici immagino soprattutto per la comunità afroamericana, ma cinematograficamente Parker dipinge un ibrido tra Braveheart e Spartacus che fa solo della violenza, e di immagini metaforiche molto marcate, la propria chiave di volta. Parker vuole davvero rispondere al film leggendario di D.W. Griffith che porta non a casa lo stesso titolo, ma il suo miscuglio di religione e violenza colpisce ed è efficace solo nel breve periodo.

 

 

 

 

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