Manchester by the Sea – recensione [Speciale Roma 2016]

Il dilemma è vecchio e naturalmente privo di qualsiasi soluzione: al cinema, è meglio la verità all’interessante, o viceversa? Anche a causa del nostro vecchio glorioso cinema italiano, il realismo è diventato la chiave di volta per colpire nel segno le emozioni degli spettatori, ma quando è troppo si rischia di cadere nel documentaristico e dimenticare che il cinema, non essendo la vita vera, ha bisogno di nutrirsi di finzioni e voli pindarici, pur rapportati a storie piccole e quotidiane, per marcare una linea di differenza.

Manchester by the Sea, grazie ad una sceneggiatura magistrale del suo autore Kenneth Lonergan, è un film che risponde a quel dilemma nel mondo più semplice ed efficace possibile: sceglie di raccontare il realismo, la verità umana, usando però i trucchi fondamentali che solo il cinema ha a disposizione a differenza di tutti gli altri medium, cioè recitazione, montaggio, narrazione non lineare.

Nella maniera più basilare, possiamo dire che Manchester by the Sea è un film sull’elaborazione del lutto, non certo un tema nuovo o originale usato al cinema. Quello però che Lonergan fa con tale base di partenza è molto di più, ovvero cucire addosso ad un protagonista meraviglioso (recitato in maniera indimenticabile, con sguardi persi nella propria interiorità e balbettii così empatici, da un Casey Affleck in stato di grazia) una storia sfaccettata e umana in ogni sua piega.

Quella di un uomo che non vuole essere più padre (non posso svelarvi il motivo, naturalmente) ma è costretto ad esserlo dagli imprevisti dolorosi della vita è una storia che avrebbe potuto con estrema facilità trasformarsi in un classico dramma familiare, sempre emotivo per carità ma di quella che rimane in superficie: il racconto di Lonergan invece, in oltre due ore che non si percepiscono minimamente, entra sotto la pelle dello spettatore e lì rimane anche a visione ultimata, grazie ad un dolore che cresce piano piano, parlato e non urlato, quasi latente nel modo in cui invade la vita dei personaggi. Soprattutto, in un film che fortunatamente non ha nulla di consolatorio e riesce a non far mai diventare ciò un elemento pesante, o ulteriore causa di dramma, il dolore è raccontato senza la pretesa di farne l’elemento guida nella definizione dei personaggi: è presente, ma va messo da parte quando è necessario. Non a caso, l’immagine forse più significativa del film arriva verso il finale, quando nel cimitero vediamo la lapide di famiglia con un posto vuoto che aspetta solo l’incisione del nome del protagonista quando sarà: con tutto quello che ha passato lui è un uomo morto dentro, ma continua ad andare avanti giorno dopo giorno, lavoro dopo lavoro per il bene di sé stesso e degli altri cari, col sorriso quando è possibile averlo.

L’abilità narrativa di Lonergan è più di scrittura che estetica, e allora non sono tanto i flashback a dare contorno alla storia, quanto piccoli dettagli come sguardi persi, rimandi a situazioni già vissute e piccoli dialoghi che si sovrappongono. L’umanismo di Lonergan è appunto tutto qui, nell’abilità di riempire scene e dialoghi di enorme autenticità e, per non scadere nella monodimensionalità, saperla attizzare con sagace umorismo rimanendo al tempo stesso coeso narrativamente e tematicamente. Padronanza dei mezzi è tutto ciò che serve per fare grande cinema.

 

 

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