Moonlight – recensione [Speciale Roma 2016]

Non c’è dubbio che un film come Moonlight avrà un effetto molto più dirompente, soprattutto dal punto di vista sociale, per un pubblico americano rispetto a quello nostro italiano.

Un film che ha tutti i crismi dell’opera di cinema indipendente moderno e affronta la vita di un uomo lungo tre ere (da bambino, da adolescente e da giovane adulto) nella comunità afroamericana di Miami è indubbiamente pensato e realizzato per un pubblico che vive tali esperienze.

Ma la bravura del suo autore Barry Jenkins, e merito dell’immensa forza emotiva ed espressionista del film, è quello di diventare una storia universale, senza barriere, senza geografie, senza colori di pelle, senza inclinazioni sessuali. Moonlight è a tutti gli effetti la storia della ricerca di un essere umano del proprio posto nel mondo, un qualcosa in cui chiunque può ritrovarsi e rivedersi.

Quello che infatti Jenkins racconta, e lo fa con l’aiuto di tre splendidi interpreti nel disegno di un solo personaggio, è la difficoltà nel mondo moderno di rapportarsi prima di tutto con sé stessi, capire le nostre potenzialità e limiti, e poi comunicarle al prossimo. Mai melodrammatico, mai didascalico, mai artificioso, Moonlight è un racconto umano estremamente delicato che esplicita il bisogno fondamentale, comune appunto a tutti, di stare bene con chi siamo veramente. Certo, Chiron è un ragazzo nero di Miami cresciuto senza riferimenti morali e con una madre tossica, e quindi la sua storia colpirà sicuramente molto più i ragazzi afroamericani, ma chi di noi non ha mai sofferto l’incomprensione altrui? Chi di noi non è rimasto sveglio una notte a cercare di capire cosa sarà del proprio domani?

Le immagini fortemente poetiche di Jenkins e la forza emotiva del suo racconto sono sufficienti per superare i pochi difetti del film (su tutti, l’inutilità dei personaggi di contorno, che hanno l’unica funziona narrativa di supportare il protagonista), e ciò che rimane è l’immagine di un essere umano, un autentico essere umano, che non ha bisogno di altro se non un abbraccio per sentirsi finalmente in pace con sé stesso: la frustrazione e la rabbia, ci insegna Moonlight, sono molto meno potenti dell’intimità umana.

 

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