Cafè Society – recensione

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Arrivati al 46° film, cosa si può dire di nuovo?

E attenzione, è un discorso che si può prestare sia a Woody Allen, che più o meno racconta sempre personaggi simili, temi simili, ambienti simili, sia a chi deve poi commentare i film, risucchiato in recensioni prestampate ed un po’ ripetitive.

Poi all’improvviso, in maniera del tutto apparentemente innocua, Cafè Society tira fuori una frase chiave:

La vita è una commedia scritta da un sadico che fa il commediografo

E’ una classica battuta alleniana, divertente ma appunto molto semplice, non a caso già usata in tutti i trailer del film. Eppure, assorbendola attentamente, questa semplice battuta fa leggere in tutta un’altra prospettiva l’intero film.

Negli ultimi anni Allen, e in tutti i suoi ultimi lavori, aveva fatto uscire fuori il suo lato più cinico, edonista e pessimista, in maniera quasi sproposita. Considerando anche l’avanzare dell’età, un fattore determinante, le storie di Allen erano ormai prive di speranze, catapultate in un pessimismo cosmico che nell’ultimo Irrational Man ha avuto quasi un apice inarrivabile. Certo, tutto ciò è sempre stato annacquato dalle sue fulminanti battute e dai dialoghi intellettualoidi, ma ormai pareva non esserci più via di scampo nella sua visione filosofica dell’esistenza umana.

Poi arriva appunto una frase, che si sposa perfettamente con lo sviluppo narrativo di Cafè Society, e ci accorgiamo che tale visione ha uno snodo fondamentale: la vita rimane senza via di scampo per Allen, ma questa tragedia, che in realtà è una commedia per tutti i suoi lati paradossali, è scritta da noi stessi, e possiamo cambiarla.

I protagonisti di Cafè Society sono interpretati da Jesse Eisenberg, Kristen Stewart e Steve Carell. Tutti e tre durante il film hanno chance di fare qualcosa, hanno potenzialità per fare qualcosa, hanno possibilità per spostarsi e continuamente reinventarsi, e soprattutto sono messi davanti a scelte che possono fare liberamente e coscienziosamente. Sono tre esseri umani che hanno il proprio destino in mano, possono scrivere da soli la propria vita e hanno possibilità continua di cambiarla.

Per una rara volta l’infelicità che Woody Allen affida al percorso dei suoi personaggi non è un’ombra predestinata e immanente, ma una scelta che si può evitare. Non voglio ora rivelare le scelte e di conseguenza il finale del film, naturalmente, ma basta dire che spesso l’infelicità della vita è solo il frutto delle nostre scelte, o della mancanza di esse. E così tra le classiche battute di una famiglia ebrea, o le differenze tra la vita in California e a New York, classico repertorio alleniano, l’autore riesce a declinare nuovamente in maniera diversa e originale discorsi già affrontati in passato.

E Allen che cerca strade nuove, per una volta, lo si può ritrovare addirittura nella resa estetica del film. Una delle vere protagoniste del film è infatti la fotografia (è bello poterlo dire, essendo del nostro immenso Vittorio Storaro) che qui il regista usa al digitale per la prima volta in carriera. Capita raramente di poter elogiare così tanto la fotografia, ma qui davvero la luce e le composizioni di Storaro sono, oltre che meravigliose, decisive nel dipingere il contrasto tra le scene di Hollywood e quelle di New York, in modo da far passare lo spettatore le differenze e le scelte che i personaggi devono affrontare.

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Vivi ogni giorno come fosse l’ultimo, e un giorno….ci azzeccherai

Forse questa, altra battuta classica per chi conosce l’ironia del regista, è l’altra frase chiave che mi porta a quest’ultimo pensiero: il tempismo. Cafè Society è un film che parla appunto di scelte, e come tali le decisioni non hanno un tempo infinito, ma vanno prese il più fretta possibile. La nostalgia alleniana per il passato, vista in decine di film e anche qui messa al centro dell’attenzione – per elogiare ancora la fotografia, il modo in cui è inquadrato e illuminato il volto di Kristen Stewart è un attestato d’amore ai divi del cinema che non ci sono più – non è mai fine a sé stessa, ma sempre figlia di un qualche pentimento dovuto al presente. Come in Midnight in Paris l’amore per il passato era solo dovuto ai problemi della vita quotidiana, qui in Cafè Society lo splendore di quegli anni ’30 dorati è il riflesso della mancanza di tempismo nel presente. Il tempismo è tutto. I personaggi di Jesse Eisenberg, Kristen Stewart e Steve Carell non hanno colto la lezione imparata da Boris in Basta che Funzioni, il mantra reale della filosofia alleniana: l’unico modo per combattere l’infelicità è cogliere al volo quel poco di buono che la vita ci offre, e farlo proprio. Basta che funzioni insomma, invece i personaggi di Cafè Society devono avere tutto e di più, e pure il tempo per ottenerlo.

In definitiva, dopo tutti questi discorsi, possiamo definire Cafè Society una commedia brillante che celebra i rimpianti, un qualcosa che al cinema nessuno osa fare. Un film che ci ricorda come la vita ci metta davanti tante strade possibili, tanti cambiamenti, da una città all’altra, da un amante all’altro, persino da un credo religioso ad un altro, ma se noi non riusciamo a cogliere la scelta giusta, la vita sarà sempre più sadica e meno tragicomica.

 

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