The Bad Batch – recensione [Speciale Venezia 2016]

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Per una volta, partiamo subito dai diretti giudizi finali: The Bad Batch non è sinceramente un gran film, ma ha l’enorme pregio di esser nato e poi realizzato con un’idea, visiva e ideologica. Sembra strano a dirsi, ma credetemi, questo è un elemento che pochi film hanno, e forse l’unico in grado di creare vero cinema, a prescindere dalla qualità finale.

Dopotutto, cosa è veramente The Bad Batch? Cosa vuole comunicarci un film dal bellissimo impianto visivo, ma dal sonnolento inizio dei canonici difetti dell’opera seconda (Ana Lily Amirpour è qui reduce dal bellissimo esordio di A Girl Walks Home Alone at Night), in cui la giovane regista prova a mischiare cinema di genere post-apocalittico alle aspirazioni più autoriali piene di tempi rarefatti e manierismi forzatamente cool?

Perché appunto, come detto in partenza, oltre i difetti The Bad Batch è carico di idee, e sono queste in grado di salvare la pellicola e la visione. E allora diciamolo che The Bad Batch è forse, anche se non so quando la Amirpour abbia concepito la sceneggiatura e girato, il primo film dell’America sia colpevole sia vittima dell’epoca di Donald Trump.

Non che The Bad Batch sia un film politico, ma è indubbiamente un film che coglie perfettamente, magari anche involontariamente ma in maniera del tutto precisa e efficacissima, quell’America in cui si pensa ad erigere muri, di mattone oppure ideologici, e in cui il sogno è definitivamente morto, o perlomeno lasciato a pochi pazzi che non sanno nemmeno più cosa farsene del “sogno americano”. Ok, le metafore sono marcatissime, ma passando dal muro nel confine texano alle oasi piene di pazzia chiamate letteralmente “Dream”, passando dall’importanza delle figure carismatiche ma vuote (un Keanu Reeves in piena modalità Escobar) ai cannibali che in fondo siamo noi tutti dal punto di vista sociale e altruistico, il film graffia il presente e lo mostra, senza filtri, per quanto brutto sia diventato.

“Voglio gli spaghetti perché l’altro uomo mi faceva gli spaghetti”.

Nell’ironica battuta di una bambina verso la fine del film vediamo il fatale riflesso di una società che ha smesso di ragionare e va avanti per istinto, spinta dai piaceri e non da cosa sia giusto. The Bad Batch quindi può anche ambientato in uno scenario post-apocalittico, ma in un certo senso può essere anche letto come film pre-apocalittico.

 

Un pensiero su “The Bad Batch – recensione [Speciale Venezia 2016]

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