Il Più Grande Sogno – recensione [Speciale Venezia 2016]

Estrapoliamo, stretta alla radice, la trama e il suo progresso narrativo: un uomo semplice fa gravi sbagli, paga per i propri peccati, ha una nuova chance per rifarsi una vita, ma nel tragitto incontra inevitabilmente tanti personaggi o situazioni che cercano di farlo ricadere nell’errore, fino all’autodistruzione di tutto e tutti.

Sì, è una storia già vista e rivista al cinema quella delle seconde possibilità e del riscatto personale.

Cosa allora che rende Il Più Grande Sogno un film diverso e più emotivo degli altri? Semplicissimo: oltre ad essere tratto da una storia vera, quella di Mirko Frezza, è proprio quest’ultimo ad interpretare il protagonista. Quello che vediamo sul film quindi non è finzione, ma vita autentica, lacrime autentiche, intenzioni autentiche, sbagli autentici.

Si badi bene, non ho voluto dire “vita vera” perché Il Più Grande Sogno non è documentario e saggiamente non punta mai ad esserlo, e non è nemmeno una semplice operazione di ripescaggio cinematografico neorealista. Mirko Frezza non porta banalmente la sua vita in scena, perché giustamente troppo importante per lui per trasformarla in uno spettacolo per tutti gli spettatori “fuori dalla caverna”, ma lui reinterpreta la finzione basandosi sul reale. E’ certamente un esperimento metacinematografico quello del regista Michele Vannucci, ma mai un gioco, mai un film in cui realtà e finzione scenica prendano il sopravvento l’una sull’altra.

Dopotutto Vannucci evita assolutamente l’epico a tutti i costi o la spicciola empatia romanesca, non sceglie nemmeno un genere di riferimento perché la sua storia va oltre i confini del cinema: Il Più Grande Sogno è umanità allo stato puro. Quello di Mirko Frezza è una performance titanica, soprattutto considerando cosa vuol dire ricreare e affrontare i propri demoni interiori: il sogno del film non è la costruzione di una nuova vita, non è l’edificazione di un rifugio per i disagiati del quartiere, ma il sogno è prima di tutto capire i propri limiti, i propri errori, i propri lati deboli e perché no malvagi, con totale sincerità e fragile consapevolezza.

Il Più Grande Sogno non è certamente un film perfetto, e la visione della borgata romana e delle figure ai limiti che la popolano al cinema è stata già affrontata, anche con migliori mezzi scenici e risultati tematici. Eppure il film di Vannucci ha un cuore che pochi altri hanno o potranno mai permettersi, perché tocca a piene mani l’abisso dell’animo umano e la volontà di vivere, non solo sopravvivere. Disordinato come il suo protagonista, ma appunto carismatico e viscerale come Frezza stesso, il film non ha un solo briciolo di paura per mettersi a nudo e mostrarsi per ciò che è: un palcoscenico anarchico a cui noi stessi dobbiamo dare un senso.

 

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