I miei film preferiti – #5: Quei Bravi Ragazzi

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“Che io mi ricordi, ho sempre voluto fare il gangster….”

 

Quando si decide di compilare la lista dei propri film preferiti, uno dei criteri fondamentali di scelta, se non il criterio primario, è la rivedibilità continua di un film. Insomma, un film che già visto mille volte si vede un’altra volta volentieri, senza pensarci su, godendo come fosse la prima visione.

Non sono il solo a dirlo, ma Quei Bravi Ragazzi è forse il film più rivedibile nella storia del cinema.

Non annoia mai, sorprende sempre, diverte sempre, cattura sempre. Se studiassi in una scuola di cinema, o ancora meglio, se aspirassi a fare il regista, Quei Bravi Ragazzi è esattamente il film che vedrei la notte prima dell’inizio delle riprese, ogni volta su ogni set. Se lavorassi nel cinema e potessi chiedere un solo desiderio a qualche essere supremo, chiederei senza dubbio la capacità di cattura l’essenza del ritmo di Quei Bravi Ragazzi.

Sapete, per tutti Martin Scorsese è giustamente definito da due titoli immortali: Taxi Driver prima e Toro Scatenato poi. Questa doppietta sacra lascia in secondo piano Quei Bravi Ragazzi, che comunque non possiamo nemmeno definire sottovaluto, nessun si azzarda a definire sottovalutato quello considerato unanimemente un capolavoro. Solo che, avendo Scorsese realizzato altri due autentici capisaldi del cinema, spesso si dimentica che l’essenza della tematica, poesia e filosofia del regista italoamericano è tutta racchiusa in Quei Bravi Ragazzi, il suo film fondamentale e definitivo, la quintessenza scorsesiana per antonomasia.

Tentazione.

Peccato.

Colpa.

Queste sono sempre state le tre linee guida fondamentali rintracciabili in tutti i film di Scorsese fin dall’inizio della carriera, alternate in vari film ma poi riunite alla grandissima in Quei Bravi Ragazzi. Dopotutto, nonostante la nomea, si fa quasi fatica a definirlo “solo” un film di gangster, perché sulla scena troviamo sempre e soltanto essere umani purissimi. E’ un aggettivo che io uso spesso fino ad abusarlo per descrivere Quei Bravi Ragazzi, ma questo è un vero film antropologico: nella mente non rimangono le sparatorie (non a caso pochissime per un film con mafiosi) ma i problemi personali dei protagonisti, le relazioni d’amicizia, le moglie, le amanti, le spese, le feste, i litigi, le urla, le risate, e soprattutto quel senso di comunità e puro piacere che si trova quando un gruppo di persone si riunisce a tavolo a mangiare. Sì, i pasti, i pranzi, le cene, le semplice abbuffate sono l’essenza del film (non a caso ciò lo ritroviamo poi in I Soprano, letteralmente la versione tv del film).

 

“Ci trattavano come delle stelle del cinema, ma eravamo più potenti, noi avevamo tutto. Le nostre mogli, le madri, i figli campavano bene con noi. Io avevo dei sacchetti pieni di gioielli nella credenza di cucina, avevo una zuccheriera piena di cocaina sul comodino accanto al letto. Mi bastava una telefonata per avere tutto quello che volevo: macchine gratis… le chiavi di una dozzina di appartamentini in città… scommettevo 30 mila dollari ai cavalli di domenica e sperperavo le vincite la settimana dopo, oppure ricorrevo agli strozzini per pagare gli allibratori. Non aveva importanza, non succedeva niente. Quando eri in bolletta, andavo a rubare un altro po’ di grana. Noi gestivamo tutto: pagavamo gli sbirri, pagavamo gli avvocati, pagavamo i giudici. Stavano sempre con la mano tesa, le cose appartenevano a chi se le prendeva. E adesso è tutto finito. È questa la parte più dura, oggi è tutto diverso. Non ci si diverte più, io devo fare la fila come tutti gli altri e si mangia anche di schifo. Appena arrivato ordinai un piatto di spaghetti alla marinara e mi portarono le fetuccine col Ketchup. Sono diventato una normale nullità. Vivrò tutta la vita come uno stronzo qualsiasi.”

Il monologo finale di Henry Hill racchiude l’intero cinema di Scorsese. Non è “fare il gangster” la cosa importante, no, quello è solo lo strumento: il fine è la bella vita, le cose facile, avere sempre di più col minor costo possibile (tutte cose che poi ritroviamo in The Wolf of Wall Street, quasi un film gemello).

La tentazione, la seduzione del peccato, il patto faustiano che il semplice essere umano cerca di fare per arrivare sempre di più e non accontentarsi mai. La scena forse cardine del concetto e del film stesso, non a caso una delle mie scene cinematografiche preferite di sempre, è il primo appuntamento tra Henry e Karen e al “Copacabana”: oltre il virtuosismo tecnico della regia di Scorsese, che disegna un piano sequenza di livello assoluto, sotto le note di Then He Kissed Me il regista ci mostra per la prima volta il mondo di Henry, un’entrata nel locale dalla porta privata saltando la fila, perché lui può, un saluto praticamente all’intero personale, perché lui conosce tutti o perlomeno tutti conoscono lui, un tavolo che non c’era ma sistemato e apparecchiato sul momento il più possibile vicino al palco, perché a lui è concesso; è una vera e propria discesa negli inferi, e la luce rossa di scena lo sottolinea, in cui Karen ma soprattutto noi spettatori siamo sedotti dalle possibilità infinite della vita onnipotente di Henry, ottenuta però attraverso omicidi e crimini vari.

 

Non c’è falso moralismo nel film di Scorsese, e a dirla tutta non c’è nemmeno una vera condanna. Questo non deve però assolutamente indignare o far pensare che il regista esalti il mondo criminale: semplicemente Scorsese mostra, da buon antropologo, la vita dei suoi personaggi per come è, ed è poi la vita stessa a condannarli. Non è il film a dovercelo dire, ma gli spettatori stessi a dover capire senza inutili didascalie che a fare i criminali le probabilità di finire ammazzato o rovinato sono più alte di qualsiasi altra opzione. Scorsese, proprio perché parla di tentazioni e peccati, sa che cadrebbe nel medesimo errore se si ergesse a giudicare, ma lascia intatto l’orrore nel suo film: diviso praticamente in tre macro-sequenze nel tono e nello stile visivo, il terzo atto del film è un piccolo capolavoro nel capolavoro, in cui vediamo Henry praticamente impazzire nel fisico e nella mente, un degrado personale e nei rapporti umani, accompagnato costantemente dalla paranoia, sottolineata da una regia sempre più frenetica e da un montaggio sempre più disturbante.

Disturbante forse non è l’aggettivo che ci si aspetta in un film descritto inizialmente come divertente e rivedibile. Quei Bravi Ragazzi però è anche questo, nel senso più positivo possibile. E’ un film perfetto, a parer mio uno dei pochi che esistono in tale categoria, e una accuratissima indagine dell’animo umano. Credo non si possa chiedere di più al cinema.

 

Introduzione alla classifica
#25 – The Social Network
#24 – Inside Llewyn Davis
#23 – Il Re Leone
#22 – Amadeus
#21 – Harry ti presento Sally
#20 – Bianco Rosso e Verdone
#19 – Arancia Meccanica 
#18 – Il Dottor Stranamore
#17 – The Blues Brothers 
#16 – Ghostbusters
#15 – Il Grande Lebowski 
#14 – El Crimen Perfecto 
#13 – Kill Bill
#12 – Il Laureato
#11 – I Tenenbaum 
#10 – Il Padrino
#9 – Il Cavaliere Oscuro
#8 – Sideways
#7 – Lost in Translation
#6 – In the Mood for Love

 

4 pensieri su “I miei film preferiti – #5: Quei Bravi Ragazzi

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