Il caso Nate Parker e “The Birth of a Nation”: ascesa e caduta di un film

Questa è una storia che non ha nulla a che fare col cinema, ma in cui il cinema ci entra attraverso la porta di servizio e ne diventa una comparsa fondamentale. Questa è una storia che approfondisco perché il blog si interessa della corsa ai premi Oscar, ma in cui parlare di Oscar e premi è quasi irriguardoso.

Questa è la storia di come un film possa essere distrutto in un attimo.

Cerchiamo di andare con ordine. Lo scorso gennaio, al Sundance Film Festival, è proiettato The Birth of a Nation, film diretto dall’attore Nate Parker, anche protagonista del film, che racconta la vera storia di Nat Turner, uno schiavo nero che nell’agosto del 1831 guidò una rivolta di schiavi in Virginia. Il film raccoglie ottime critiche, va a vincere il festival, e diventa uno dei più seri favoriti alla prossima corsa all’Oscar.

E’ normale, veniamo dall’anno dell’aspra polemica di #OscarSoWhite, e quindi un film con tale tematica non può che diventare la valvola di sfogo migliore. Non a caso, la Fox Searchlight fiutando il colpaccio acquista i diritti di distribuzione del film per ben 17.5 milioni di dollari, cifra record per i titoli passati al Sundance.

Passano i mesi, del film si continua a parlare, e improvvisamente diventa ancora più sentito e attuale: non solo film è importante per la tematica razziale in seno a Hollywood, ma con la sua trama, che vede un manipolo di schiavi neri combattere armi in pugno contro i padroni bianchi, diventa assolutamente attuale nel clima della tragica estate americana che ha visto purtroppo innumerevoli scontri razziali in varie città tra neri e bianchi, tra manifestanti e polizia (non mi metto ora ad elencare i casi di cronaca).

The Birth of a Nation è indubbiamente il film del momento per svariati motivi, si avvia verso l’inizio della stagione dei premi come un rullo compressore, e segna l’atteso breakout dell’attore/regista Nate Parker, uno che per anni ha fatto gavetta e finalmente ha creato da solo, col proprio talento, un cavallo vincente.

 

Poi in pochissimi giorni tutto cambia, nel modo più drammatico possibile. Poco prima della metà di agosto, su tutti i media online americani, è uscita fuori una vecchia storia che non si sa come è rimasta sconosciuta a quasi tutti.

 

Nel 1999 Nate Parker è uno studente della prestigiosa Penn State University. Una sera, dopo una classica festa universitaria con molto alcol, Parker e il suo compagno di stanza Jean Celestin rimangono soli con una studentessa di 19 anni. La mattina dopo la ragazza accusa i due di stupro. Ne esce naturalmente subito un’indagine: Parker afferma che il sesso era consensuale, la ragazza dice invece che lei non era cosciente. Si va a processo per un atto così grave, e nel 2001 Parker è riconosciuto reo del fatto ma assolto con l’attenuante di aver avuto prima di quella serata una relazione sessuale consensuale con la ragazza, ma Celestin è condannato a 6 mesi di prigione: quest’ultimo fa appello, ma il secondo processo non si svolge perché la ragazza si rifiuta di continuare a testimoniare nuovamente dato il dolore di ricordare quella sera. Dagli atti processuali esce fuori infatti che Parker e Celestin dopo l’accusa furono immediatamente sospesi dalle squadre sportive dell’università di cui facevano parte, e per ripicca iniziarono a stalkerare la ragazza, personalmente o con altri amici, mettendo in giro su di lei voci per tutto il campus.

Nel 2012 la ragazza viene ritrovata morta, causa un suicidio per overdose di farmaci per curare la depressione: il collegamento con i tristi fatti passati è ovvio.

Ah, dimenticavo: Jean Celestin è con Nate Parker anche il co-sceneggiatore di The Birth of a Nation.

Inutile sottolineare l’immensa situazione creatasi: Parker e il suo sceneggiatore accusati di stalking e stupro, col secondo condannato, e con l’immensa ombra della morte di una ragazza sulle loro teste.

L’operazione di rigetto verso il film, ormai materiale tossico, è ovviamente iniziata. La Fox Searchlight, presa naturalmente in contropiede, e disperata per la cifra spesa, sta cercando di correre ai ripari, avendo annullato tutte le interviste a Parker, anche perché in ogni sua apparizione è chiaro che i giornalisti non chiederanno del film, ma del fattaccio.

 

Ho raccontato i fatti, ora mi trovo nella situazione delicata di fare l’editorialista serio e lasciare un commento. Qui mi occupo di cinema, non di altro, quindi non voglio commentare la cronaca, dopotutto i fatti sono piuttosto chiari e tragici e tutti potete farvi un’idea, e ci hanno già pensato i tribunali ad aiutarci e far luce. E certo, è quasi disgustoso ora dover pensare alle chance Oscar di un film quando il metro di giudizio è uno stupro e un suicidio, lo ammetto.

Ma i fatti, ora, penso siano due:
– Il film merita comunque di esser visto, non deve diventare vittima di quanto successo. Parker ha fatto quello che ha fatto, ma il suo lavoro non è espressione di quel gesto orribile. E’ difficile separare la mente, lo capisco, ma va condannato Parker, no un film.
– Una cosa è la visione del pubblico nelle sale, come appena detto, un’altra cosa sono gli elogi e quindi i premi. Chi voterà ora il film? Chi a cuor leggero metterà una crocetta sul nome “Nate Parker” quando si tratterà di nominare il miglior attore e il migliore regista? Potrei già dire e mettere la mano sul fuoco che Jessica Chastain e Brie Larson, due grandi attrici impegnate in prima persone in attività in difesa delle donna e in difesa delle vittime di stupro, non lo voteranno, e con loro moltissimi altri. Il tema degli stupri nei campus universitari è purtroppo diffusissimo e attualissimo ora in America, solo pochi mesi fa il documentario The Hunting Ground, nominato proprio all’Oscar, parlava di questo. Chi potrà mai nominare o elogiare o applaudire quando viene menzionato un film in cui regista, protagonista e sceneggiatore sono stati accusati e condannati per stupro?

Si può naturalmente citare a difesa l’esempio più ovvio, Roman Polanski. Ma i due casi per quanto avvicinabili non sono paragonabili. Non solo Polanski quando fu accusato era già una megastar affermata e celebrata, a differenza di Parker ora, ma aveva anche subito tragedia immense nella sua vita personale in precedenza, e la vittima non ha mai voluto più sapere del caso, quasi perdonando implicitamente Polanski. Oltretutto il clima adesso, che piaccia o meno, è cambiato ed è molto più sensibile.

 

Ognuno si farà la propria idea, io tra non molto inizierò a fare i pronostici per i prossimi Oscar e a differenza di quanto pensavo sarò costretto a tenere The Birth of a Nation fuori: mancano ancora tanti mesi, Parker può risorgere dai propri danni, ma ora come ora il suo film è assolutamente tossico.

 

Un pensiero su “Il caso Nate Parker e “The Birth of a Nation”: ascesa e caduta di un film

  1. Pingback: Road to Oscar 2017 – alziamo il sipario | bastardiperlagloria

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