I miei film preferiti – #10: Il Padrino

 
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“Leave the gun. Take the Cannoli”
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In America esiste il modo di dire “larger than life” – letteralmente traducibile con “più grande della vita” – per ricordare persone o avvenimenti che vivranno per sempre e sono più grandi, importanti e radicate nell’immaginario collettivo di quanto si possa concepire. Ecco, nell’ambito cinematografico Il Padrino è assolutamente più grande della vita stessa.

Tutti lo conoscono, anche quei pochi che non lo hanno visto conoscono qualche scena o addirittura mentono dicendo di averlo visto; chiedendo alla gente quali sono i migliori film di gangster o inerenti alla Mafia è sempre citato nei primissimi posti. Il problema è che a 40 anni dalla sua nascita molti ancora non hanno capito che non è solo un film sulla Mafia e non parla di Mafia, nessuno durante le quasi 3 ore di pellicola parla mai direttamente di Cosa Nostra o pronuncia quella parola, pur mostrando il film gli aspetti enfatici del crimine organizzato. Il Padrino è forse la più grande e potente saga familiare mai concepita e uno dei più grandi atti d’accusa alla perdita dei valori nella società americana, uno dei maggiori melodrammi americani del novecento. Tutto questo è riscontrabile nei romanzi e nella sceneggiatura di Mario Puzo, capolavori che il virtuosismo deciso di Coppola ha reso immortali. Si prende la comunità italo-americana, probabilmente la più legata alle tradizioni del paese d’origine, si introduce il concetto di Mafia, la rappresentazione forse più estrema dei vincoli di sangue indissolubili, e la metafora è servita su un piatto d’argento. Il film si apre con un matrimonio e si chiude con un battesimo, due cerimonie tradizionali e fondamentali in ogni famiglia, i sacramenti che più di tutti sanciscono la nascita di un nuovo nucleo familiare; vediamo all’opera dei criminali e non dimentichiamo mai che lo sono, eppure simpatizziamo per loro perché per la maggior parte del tempo li vediamo insieme, dentro casa a svolgere faccende quotidiane, a parlare e mangiare, continuamente a mangiare, come fosse una famiglia normale, come fosse la nostra. I Corleone hanno la fama di banda spietata, ma per tutto il film non uccidono mai un solo innocente: l’unico non mafioso ucciso da loro è il capitano McCluskey, un poliziotto però corrotto. Non vediamo atti di racket, prostituzione, spaccio, ogni attività criminale dei Corleone si svolge al di fuori del cerchio familiare, e non a caso ogni qualvolta qualcuno si allontana dalla famiglia non finisce bene: Sonny per uno scatto d’ira lascia la casa e rimane da solo, e puntualmente viene trucidato; don Vito si allontana banalmente un momento dal figlio per comprare un’arancia al banco di frutta, e puntualmente viene colpito da un sicario; Michael deve allontanarsi fino in Sicilia, e puntualmente il suo nuovo amore Apollonia viene ucciso in un attentato. Appena manca la protezione più intima della famiglia nessuno è al sicuro, nemmeno i più potenti.
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E chi sta perdendo negli anni settanta la protezione più intima di un vero regime di valori? L’America in tutti i suoi livelli, dalle istituzioni (la grigia presidenza Nixon che raggiungerà l’apice col Watergate) alla società (le criticate abitudini e costumi dei nuovi adolescenti) passando per il rispetto nel resto del mondo (l’escalation militare in Vietnam). Può essere quindi la figura di Vito Corleone una vera e propria allegoria del’America stessa? E’ vecchio, saggio, tiene sulle spalle tutta la famiglia, ama i figli e li protegge, incute timore e rispetto, ma è pur sempre un leader criminale. O forse Vito Corleone, proprio perché pieno di ipocrisie ma comunque fondamentalmente ricco di morale, è il simbolo di tutto ciò che l’America ha perso? Tutti i gesti atroci da lui compiuti non sono mai mostrati in prima persona, o sono narrati da altre persone o sono compiuti indirettamente, come il celeberrimo episodio della testa di cavallo mozzata, quando afferma rivolto al becchino Buonasera “un giorno, e che quel giorno non arrivi mai, ti chiederò un favore in cambio” si gela il sangue dello spettatore pensando alla più efferata vendetta, invece il favore che chiede in cambio è quello di sistemare il corpo del figlio morto per far si che la madre non lo veda ridotto in quello stato: se all’inizio don Vito può apparire come un boss spietato, per buona parte del film Vito è semplicemente un vecchio patriarca che mira al bene della propria famiglia. O forse, in maniera più subdola, il percorso distruttivo intrapreso dall’America è raffigurato dalla discesa agli inferi di Michael Corleone? Il figlio di don Vito all’inizio è un soldato che si è arruolato nell’esercito proprio per non entrare negli affari immorali della famiglia, ma pian piano, per l’amore che lo lega ai fratelli e al padre, viene risucchiato in un vortice da cui tornare indietro è impossibile: alla fine del film Michael è del tutto un’altra persona, una marionetta manovrata dal suo destino e dalla sua lealtà verso la famiglia.
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Tradurre sul grande schermo una complessità simile di valori e sentimenti è un compito impossibile, ma Il Padrino c’è riuscito. La sceneggiatura di Mario Puzo sfiora la perfezione, e riesce già al termine della lunghissima sequenza iniziale, il matrimonio della figlia del boss, a farci conoscere le personalità, i modi di fare e pensare, i caratteri di una vastissima galleria di personaggi. La regia di Coppola è sicura, potente, intensa, capace di costruire atmosfere incredibili, e soprattutto eclettica: è sontuosa e sfarzosa nel già citato matrimonio iniziale; è epica, abilissima nello sfruttare i grandi spazi quando Michael va in trasferta forzata in Sicilia; è adrenalinica nel finale grazie ad un montaggio da film d’azione per la sequenza di omicidi che chiude i conti e corrompe definitivamente il giovane Michael. Così come una grande componente per il successo della pellicola è la colonna sonora immortale di Nino Rota, un tema musicale che tutti conoscono e che si è sentito così tante volte in così tanti contesti diversi. E si potrebbe addirittura non parlare degli attori perché sono le loro interpretazioni a parlare da sole: il film lancia Robert Duvall, James Caan, John Cazale ma soprattutto la stella di Al Pacino che qui firma una delle prove più intense, profonde e carismatiche di tutta la sua carriera, ogni singola emozione, e il suo personaggio ne prova davvero tante nel corso del film, è trasmessa solo muovendo gli occhi. E poi Marlon Brando, da molti definito prima del film ormai sul viale del tramonto, qui invece rinasce dalle proprie ceneri. Riguardate la scena in cui Tom Hagen nel cuore della notte confessa a don Vito che il figlio Sonny è stato ucciso: è un momento indescrivibilmente tragico, potrebbe piangere, singhiozzare, urlare, disperarsi, sciogliersi, rimanere in silenzio, invece Brando fa un solo movimento, un singolo sussulto, e in quel sussulto c’è tutto.
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Si potrebbe dire altro, ma Il Padrino è già parte della nostra eredità culturale: quando parte quella musica, alla prima nota tutti riconoscono immediatamente di che film si tratta.

 

Introduzione alla classifica
#25 – The Social Network
#24 – Inside Llewyn Davis
#23 – Il Re Leone
#22 – Amadeus
#21 – Harry ti presento Sally
#20 – Bianco Rosso e Verdone
#19 – Arancia Meccanica 
#18 – Il Dottor Stranamore
#17 – The Blues Brothers 
#16 – Ghostbusters
#15 – Il Grande Lebowski 
#14 – El Crimen Perfecto 
#13 – Kill Bill
#12 – Il Laureato
#11 – I Tenenbaum 

 

9 pensieri su “I miei film preferiti – #10: Il Padrino

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