Game of Thrones 6×09: “Battle of the Bastards” – recensione (spoiler)

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La tradizione (anche di molte altre serie targate HBO) è salva: la penultima puntata della stagione si conferma come sempre imperdibile.

Sapevamo che, come già fatto nelle scorse stagioni, questo episodio sarebbe stato monotematico, non nel senso di noia ma nel senso di focus solo su una storia. In realtà, le battaglia mostrate sono state due: quella iniziale a Mereen e poi quella ben più importante nel Nord di Westeros.

Le scene di Daenerys sono quelle che ci si aspetta quando si vedono dei draghi volare: epiche e molto costose per la produzione. Piuttosto, voglio sottolineare un aspetto spesso sottovaluto, ovvero quanto sia brava Emilia Clarke. Qui deve fare poco, qualche espressione di rimbalzo a Tyrion ed esclamare qualche frase epica, ma lei è incredibilmente in parte e carismatica. Esattamente così ho sempre immaginato la regina nata dalla tempesta: capace di convincere tutti con calma e con un solo sguardo, con un tono di voce assolutamente sicuro.

Dal nulla c’è anche l’arrivo di Theon e Yara a Mereen, ma è ancora presto per parlarne. Di sicuro, a causa della struttura rapsodica della serie, è sempre fantastico veder interagire personaggi che, dopo ben 6 stagioni, si incontrano solo ora per la prima volta.

 

E poi sì, c’è stata la battaglia seria. Favorisco il livello di ansia.

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La battaglia dei bastardi è esattamente ciò che volevamo, e quindi di altissimo livello. Certo, nulla di sorprendente ad essere onesti: la rivincita degli Stark prosegue (il sacrificio di Rickon, ovvero l’unico figlio Stark completamente inutile, lo dimenticheremo domani), Ramsay trova la catartica fine che si merita, c’è il suggello dell’intervento telefonatissimo degli uomini di Littlefinger alla voce “deus ex machina”.

Tutte cose fantastiche eh, ma narrativamente succede poco, a differenza delle altre battaglia non ha varie storie intrecciate, e persino l’attesissima fine di Ramsay, oltre ad una sincera soddisfazione, non ha un grosso peso emotivo, perché il personaggio come tutti i sadici è sempre stato monodimensionale, ovvero ritratto solo intorno al proprio sadismo senza lati grigi.

Eppure, eppure, questa mezz’ora di battaglia è stata FOTTUTAMENTE epica. Mi sto quasi sforzando di trovare difetti esagerati, perché in realtà durante tutta questa seconda parte di episodio io ho faticato a respirare.

Mi inchino davanti a  Miguel Sapochnik: in tanti anni di serie televisive non credo di aver visto mai una regia bella come quella di questo episodio. Il realismo, la quantità di inquadrature magnetiche, le riprese aeree, l’epicità dei movimenti di macchina, il fango e il sangue messi in rilievo più dei semplici combattimenti. Sembrava davvero di vedere un film, e un gran film, non una serie tv.

Soprattutto, la bellezza della battaglia è stato il risalto all’enorme epicità senza però l’entusiasmato forzato. Prendiamo un semplice momento, la conquista di Winterfell: non c’è fanfara nell’atmosfera o nei personaggi quando lo stemma degli Stark torna sulle mura, non c’è una musica gioiosa a scandire il momento, solo la tragedia di una vittoria che ha portato altri morti evitabili e la consapevolezza che i mostri là fuori non sono sconfitti del tutto. Questa è l’essenza dell’universo di Game of Thrones.

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E ora ragazzi c’è il finale. Settimana prossima tireremo le somme, sinceramente il preludio è ottimo e le aspettative altissime. Gli ultimi due episodi si sono conclusi entrambi, non credo a caso, con le donne Stark che sorridendo si allontanavano dai loro prigionieri, la scorsa settimana Arya e stavolta Sansa in fotogrammi quasi uguali, e non so come interpretare il segnale: non vorrei che dopo tante soddisfazioni quest’anno, inusitate per la serie sinceramente, arrivasse proprio sul più bello il momento dell’amarezza….

 

 

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