The Neon Demon – recensione

“Bello è il brutto e brutto il bello”.

Con queste parole le tre streghe chiudono la prima scena del “Macbeth” di William Shakespeare. Una frase concettualmente un po’ paradossale, ma estremamente veritiera se pensiamo a quanto i due aspetti siano simili e necessari l’uno all’altro, divisi solo da sfumature soggettive.

Un concetto, nel nostro caso, rapportabile perfettamente a The Neon Demon di Nicolas Winding Refn, non solo nel tema, parlando il film di bellezza e quanto questa sia oppressa dalla bruttezza circostante, ma soprattutto nell’essenza: è infatti paradossale ma quasi giusto, in un contrappasso dal sapore dantesco, che un film fondato sulla bellezza sia fondamentalmente brutto.

Che poi di film, e da qui parte tutto il discorso imprescindibile per qualsiasi analisi cinematografica successiva, non possiamo quasi parlare: The Neon Demon non è un vero film, ma l’ennesimo viaggio nella psiche di Refn, l’ennesima sfida lanciata dal regista danese alla critica e al suo stesso pubblico, l’ennesima ricerca artistica annegata in una terapia psichiatrica che si fa cinema.

E non sono solo io a dirlo, ma Refn stesso: quante volte capita di vedere sul titolo del film sovrapposto il nome del regista? Anzi, nemmeno il nome, ma le iniziali: N W R, ormai un marchio vero e proprio, con tanto di font personalizzato. Più di Almodovar, più di Tarantino addirittura, Refn è diventato un marchio, con tutti i difetti che ciò comporta, e non si va più a vedere un suo film, ma si va a vedere il regista stesso. E appunto, Refn lo sa benissimo.

Cosa è quindi veramente The Neon Demon? Questa nuova opera di Refn è un viaggio alla ricerca della bellezza in un mondo popolato da bruttezza e persone brutte, che però risulta essere tremendamente vuoto, stantio, gelido, banale. Non è nemmeno il caso di tirare fuori l’ovvia conclusione di “un esercizio di stile” perché chi lo dice non ha ancora capito che a Refn non si può imputare di preferire la forma alla sostanza, quando nel suo caso la forma E’ la sostanza. Le inquadrature fin troppo perfette, i silenzi, gli scenari estetizzanti, il ricorso alle luci al neon non sono i problemi di The Neon Demon, anzi, semmai i difetti sono i dialoghi terribili, l’assenza di scavo psicologico, l’inutilità di alcuni personaggi, l’annullamento del talento di Elle Fanning (una ragazza brava ad interiorizzare i sentimenti può fare pochissimo in scene dell’atmosfera così rarefatta).

“Bello è il brutto e brutto il bello”.

La frase delle streghe però riecheggia ancora nell’aria con la sua verità, e così non posso evitare di pensare che, nella bruttezza complessiva, qualcosa di bello The Neon Demon lo lasci. Perché la bravura di un grande autore, e Refn lo è a pieno titolo, non è solo quella di realizzare film belli, ma quella di lasciare qualcosa nella testa dello spettatore, e in alcuni casi pure nello stomaco. E così quando Refn molla gli ormeggi della trama iniziale e dei dialoghi, e affida alle immagini finalmente un significato oltre alla semplice composizione scenica, The Neon Demon trova un senso: saranno metafore marcatissime, prive di alcune sottigliezza, ma tutta la seconda parte del film è una meraviglia di horror sensoriale che racchiude al meglio la disperata ricerca, fisica e non solo, della bellezza da parte del mondo moderno. Sangue, corpi, occhi, quanto basta per raggiungere il proprio scopo, e così anche la scena della necrofilia, una sequenza che ha marchiato il film e farà discutere per chissà quanto tempo, diventa col suo significato forse una delle tre cose migliori fatte da Refn in carriera.

Molto probabilmente The Neon Demon, giudicato con i normali criteri di opera cinematografica, merita un giudizio insufficiente. Però, con ancora in testa le assordanti note della colonna sonora di Cliff Martinez, aggiungo che il cinema ha anche bisogno di opere insufficienti ma in grado di lasciare davvero il segno, oltre i giudizi del brutto e del bello. E indubbiamente è proprio quello che Refn voleva.

 

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