Il Caso O.J. Simpson – recensione

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“Who the hell signs a suicide note with a happy face?”
.

Le foto sul web. I selfie. Instagram. Twitter. Facebook. I reality show. Le star della tv che non sanno fare NIENTE  ma sono famose, e ogni volta ci domandiamo il perché. I media sui casi di cronaca. Le trasmissioni tv che fanno le indagini ed i processi al posto di polizia e giudici.

Ma quando è iniziata la spettacolarizzazione dei processi? La riposta è semplicissima: il 13 giugno 1994, quando Ronald Goldman e e Nicole Brown furono trovati ucciso a Brentwood, tranquilla quartiere di Los Angeles. Il processo a O.J. Simpson, ex stella del football e attore, accusato del doppio omicidio, è stato davvero il processo del secolo, mai nessuno prima si era interessato così tanto ad un caso di cronaca nera. Un’attenzione così morbosa e sproporzionata da non essere più il processo a OJ Simpson, ma un evento mediatico prima e un conflitto razziale poi.

America Crime Story: The People vs O.J. Simpson è la miniserie tv che ha raccontato quanto successo, e lo ha fatto meglio di quanto si potesse immaginare, creando un piccolo superbo cult televisivo.

 

IL PROCESSO

“I ain’t trying to be respectful. I’m trying to win.”

Scott Alexander e Larry Karaszewski, i due autori della serie, sono riusciti nell’impresa: rendere incredibilmente avvolgente, magnetico, terrorizzante, un evento già notissimo. Il processo non è vecchissimo, parliamo di 20 anni fa, e appunto per la sua notorietà si conosce non solo il verdetto, ma praticamente ogni passaggio (i filmati su youtube, decine e decine di ore di materiale reale, sono lì a provarlo). Eppure, ogni singolo episodio è costruito su una tensione francamente insostenibile.

I due autori hanno vinto la sfida più ardua della narrazione non-fiction: costruire suspanse e tensione, far schizzare alle stelle la tensione emotiva, su un finale già conosciuto. La storia vera ha aiutato tantissimo, perché il processo in questione è stato uno degli eventi più pazzi e incredibili mai visti, per la sequenza di colpi di scena e per l’inaudita inversione di un caso praticamente già chiuso e ovvio in partenza. Ma gli autori hanno vinto la sfida focalizzandosi soprattutto sulle tematiche connesse alla vicenda e sui personaggi: si percepisce l’arroganza prima e il patimento emotivo di Marcia Clark, la rabbia furente di Chris Darden, si diventa succubi del fascino di Johnnie Cochran, si condivide il crollo delle certezze di Robert Kardashians, è chiara l’inadeguatezza del giudice Ito. Persino il padre e la sorella della vittima Ron Goldman, visti pochissima, hanno una presa emotiva mostruosa.

 

LA FAMA

“We are Kardashians. And in this family, being a good person and a loyal friend is more important than… than being famous. Fame is fleeting. It’s hollow. It means nothing at all without a virtuous heart.”

Sì, fondamentalmente questo è l’evento che ha creato le sorelle Kardashians, le quali sono diventate famose perché “figlie di”. La serie le usa come piccolo divertissement, perché le sorelle sono soltanto la manifestazione della morbosa ricerca di celebrità derivata dai quei mesi.

L’episodio simbolo è indubbiamente il 6°, quello in cui il procuratore Marcia Clark è triturata dai media per il suo aspetto fisico. Non si parla se sia brava e capace o meno, non si discute se il suo impianto accusatorio nel processo regga o meno, no, Marcia Clark finisce nei giornali e nei notiziari per il suo look. E lei è costretta a stare al gioco.

Pare ormai quasi banale sottolinearlo, ma tutto ciò lo viviamo ora giorno per giorno. I processi si fanno in tv prima che nelle aule di tribunale, gli imputati sono giudicati più in base all’apparenza che non sulle prove: se vi siete mai chiesti il perché, pensate a quando tutto è cominciato.

 

LA “RACE CARD”

“I’m not black, I’m O.J.!”

Il primo episodio si apre con una sequenza ben precisa, le immagini reali degli scontri per cause razziali a Los Angeles nel 1992. Questo avviene ancora prima delle immagini del delitto: se la fama è un contorno, le tensioni etniche sono fondamentali per capire il processo e il suo controverso finale. Johnnie Cochran e Chris Darden sono i lati opposti della medaglia, i poli di una comunità ben oltre l’orlo della crisi di nervi. La serie rende ben chiara l’idea che giocare la carta del razzismo ha cambiato tutto in maniera sbagliata, ma al tempo stesso fa entrare sottopelle l’idea che un bianco non può capire: quanto la liberazione di O.J., a prescindere dagli omicidi, fosse una vittoria necessaria per l’intera comunità.

Le divisioni etniche che attraversano i temi della serie sono il sintomo di un malessere più grande del più grande processo di sempre, tanto è vero che quei problemi esistono e non si sono certo fermate il giorno del verdetto. Un tema così complesso e viscerale non può certo avere risposte da una miniserie, ma una nuova interessante domande certamente sì: è valsa la pena sacrificare la giustizia in nome di un momento destinato a non replicarsi più, come dice Darden a Cochran nella puntata finale?

 

IL VERDETTO

“We have to stop looking at this case as a slam dunk.”

Nel suo piccolo, nei confini della tv, America Crime Story: The People vs O.J. Simpson è un vero capolavoro. L’importanza della storia vera unita alla profondità dei temi affrontati e alla forza della recitazione (Sarah Paulson e Courtney B. Vance veri mattatori, ma Sterling K. Brown con la sua potenza è una enorme rivelazione) hanno creato la tempesta perfetta.

Dall’inseguimento alla Bronco bianca fino ai guanti, gli episodi ormai entrati nella cultura pop contemporanea sono state pedine all’interno di un disegno più grande, ovvero una analisi spietata di celebrità, razza e problemi del sistema giudiziario americano. E’ più facile comprendere ora come O.J. Simpson abbia fatto a strappare una surreale innocenza, ed è tristemente chiaro perché spesso nei processi l’imputato è la star e le vittime, coloro che hanno realmente sofferto, siano quasi scomode comparse. L’indignazione perlomeno è attenuata dalla consapevolezza di aver assistito a 10 ore di altissima tv.

 

 

 

 

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