I miei film preferiti – #20: Bianco Rosso e Verdone

“E allungaje ‘e gambe, aristendije ‘e gambe, aritiraje ‘e gambe, aricoprije ‘e gambe… io jee tajerei quee gambe!”

 

Chiariamolo subito: io sono romano, quindi per me Carlo Verdone non è solo un’istituzione, ma praticamente qualcosa di sacro. Se ormai non fa più ridere e non azzecca più un film me ne farò una ragione, fortunatamente posso rivedermi i suoi lavori degli anni ’80 e ’90. Tra questi, Bianco Rosso e Verdone è quello che ho nel cuore: appartiene a quella classica schiera, ognuno di noi ne ha una, di film visti e rivisti milioni di volte fino alla nausea, del quale posso citare tranquillamente scene e battute a memoria. Lo posso fare io, lo può fare tutta la mia famiglia, e ogni volta che appare in tv qualcuno a casa mia avvisa sempre che lo stanno (ri)facendo.

E sapete, i primi film di Verdone li trovo sempre più profondi col passare degli anni, soprattutto considerando la visione dei nuovo film comici italiani. Carlo Verdone è un autore che viene dal cabaret romano, ha esordito in tv proprio come cabarettista facendo “i personaggi” e ha portato al cinema le sue macchiette. Ma già dal primo film Un Sacco Bello si è percepito qualcosa di importante: un film comico con le macchiette e gli episodi che si conclude con l’eco della bomba di un attentato terroristico. E ancora, Bianco Rosso e Verdone chiude le sue tre storie con una parolaccia, con un abbandono familiare e con una improvvisa morte.

Prendiamo Siani, prendiamo Zalone, prendiamo tutta la marmaglia uscita negli ultimi anni proprio dal cabaret, facendo lo stesso percorso macchietta tv-cinema di Verdone, e guardiamo i loro film semplicistici e superficiali, forzatamente buonisti. Devo sottolineare io la gigantesca differenza?

Ok, erano certamente altri tempi storico/sociali, ma soprattutto c’è una enorme differenza di talento, di intenzioni, di visione cinematografica e narrativa, di voglia di stimolare il proprio pubblico, accompagnando la risata, dandole un senso. Bianco Rosso e Verdone è un film che fa ridere fino alle lacrime (soprattutto se si è di Roma) ma al tempo stesso propone uno spaccato sociale molto incisivo, in cui le battute e le gag sono interne allo sviluppo degli episodi e all’introspezione dei personaggi.

Potrei citare innumerevoli momenti, ma proprio perché il film lo conosco veramente a memoria, voglio soffermarmi adesso su uno solo, ovvero l’emigrato Pasquale Ametrano: nel suo mutismo, nella sua essenza soltanto fisica (forse l’unica vera concessione alla commedia slapstick che Verdone si è concesso in carriera), l’autore racchiude tutto l’isolamento e la solitudine della condizione dell’emigrante, dalla difficoltà costante all’adattarsi alla vita in un altro paese, ai problemi che si trovano nel tornare in una realtà non più propria. Le vessazioni che Pasquale subisce sono tragicomiche e fanno naturalmente ridere, alcune sono addirittura surreali nella propria impossibilità, ma il più significativo è il momento in cui Pasquale, finalmente in Italia, decide di fermarsi perché vede un gruppo di turisti tedeschi, il paese in cui ora vive, ascolta le loro battute in una lingua che adesso capisce, e quando ride con loro gli altri, percependolo come uno straniero, smettono di ridere e lo guardano male: un momento semplicissimo, molto divertente per lo spettatore, ma che mostra lo sbando di una persona esclusa sia dal proprio paese d’origine che da quello d’adozione.

Bianco Rosso e Verdone è un film con le radici a Roma ma profondamente italiano, non solo perché le tre vetture dei tre personaggi rappresentano i colori della nostra bandiera, non solo perché la meta è il richiamo del voto elettorale sentito in un’epoca fortemente ideologica (pensare che ora anche il più ligio cittadino possa fare migliaia di chilometri solo per votare è follia), ma perché i difetti ed i pregi che Verdone evidenzia sono quelli più profondi della nostra società, anzi, quelli più veraci e sinceri (il rapporto con una nonna molto popolana) che formano le nostre relazioni interpersonali. Il primo Verdone è l’erede diretto della commedia all’italiana, ma dal quel filone saggiamente espurga il cinismo e lo sostituisce con la tristezza di una società che sta perdendo la meta (simile a ciò che faceva con uguale intelligenza, negli stessi anni, Massimo Troisi con la realtà napoletana). In questo il film è certamente figlio dei propri tempi, ma se c’è una scena ancora attuale, è indubbiamente quella finale:

 

Introduzione alla classifica
#25 – The Social Network
#24 – Inside Llewyn Davis
#23 – Il Re Leone
#22 – Amadeus
#21 – Harry ti presento Sally

 

20 pensieri su “I miei film preferiti – #20: Bianco Rosso e Verdone

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