I miei film preferiti – #24: Inside Llewyn Davis

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“I don’t see a lot of money here.” 

 

Chi ha visto il film lo sa, questa scena esattamente a metà del racconto è l’ovvia chiave volta di tutto. Llewyn Davis ha viaggiato per chilometri contro mille avversità, ha affrontato una miriade di problemi – e si badi bene, è sempre stato sconfitto da tali problemi, ma è andato avanti – solo per avere questo momento, poter suonare davanti al produttore Bud Grossman. Quando è finalmente lì, con la sua chitarra, Llewyn suona e canta nel modo più perfetto che possa esserci, toccando le corde dell’emozione, scegliendo un testo che ha addirittura echi biografici, cantando letteralmente col cuore, con gli occhi che racconta un mondo. E quando finisce, Grossman senza pensanci su tira fuori quella frase diretta e raggelante.

Lo state dell’arte, si potrebbe dire, 8 parole per distruggere la stima, l’impegno e il sogno di qualsiasi aspirante artista. Grossman non dice se Llewyn sia bravo o meno, non è ciò che gli interessa, gli dice semplicemente che non venderà mai un disco, a prescindere dal suo talento. E si badi bene, non c’è un filo di arroganza nelle sue parole, non c’è nemmeno l’ombra della derisione o della tracotanza nelle parole di Grossman, non riusciamo ad odiare il produttore perché pure lui è vittima delle logiche di mercato. C’è solo triste realismo. 

Quando lo scorso ottobre ho assistito, al Festival di Roma, all’incontro di Joel Coen e Frances McDormand col pubblico, mi è rimasta impressa la frase di quest’ultima quando ha parlato di Inside Llewyn Davis come il suo film preferito tra quelli fatti da marito e cognato: “per me è un film quasi perfetto, una bellissima storia su un perdente di talento fatta da chi non lo è, anzi tutt’altro, che però han capito perfettamente la situazione in cui vive il protagonista, e questo è grande cinema”.

Inside Llewyn Davis è un film sul fallimento. NESSUNO, e il maiuscolo non lo sottolinea abbastanza, fa film su questa tematica così comune e universale, e se i Coen non fossero l’istituzione che sono, immagino che avrebbero ricevuto la stessa risposta di Bud Grossman presentando il copione a qualsiasi studios (infatti gli incassi del film non sono stati alti, i Bud Grossman di questo mondo purtroppo hanno spesso ragione). Il film racconta senza filtri e senza troppi momenti di speranza o redenzione il fallimento e un fallito: non perché Llewyn Davis lo sia realmente, ma perché è il mondo circostante a renderlo così e vederlo così. Eppure il nostro protagonista di talento ne ha da vendere, suona bene, canta ancora meglio, fa un genere musicale (il folk) perfetto per gli anni e la città in cui vive, già conosce le regole e le persone dell’industria musicale. Però, e il punto è tutto qui, non ha quel necessario, fondamentale e misterioso “quid” che serve per sfondare, e come lui tantissimi altri artisti. Non sappiamo se Llewyn Davis non abbia quell’elemento in più per il suo caratteraccio, evidente lungo tutto il film, oppure per una serie di sfortune e scelte sbagliate che non lo abbandonano mai, questo non è dato saperlo e sinceramente non conta nemmeno saperlo. Il punto è semplicemente che Llewyn Davis sarà sempre quel bravo cantante che suona con Bob Dylan, ma non sarà mai Bob Dylan, per fare un esempio. I Coen con questo film analizzano la vita, fatta di saliscendi, disgrazie che fiaccano lo spirito e la tenacia umana, momenti tragici e comici che si susseguono senza un disegno, dinamiche paradossali che non danno mai una certezza, e soprattutto lo stato dell’arte: sentirlo da persone che sono nel business da più di 20 anni, che finora non conoscono fallimenti e non hanno mai avuto troppi problemi o restrizioni artistiche, è piuttosto raggelante.

“If it was never new, and it never gets old, then it’s a folk song.”

 

Inside Llewyn Davis è un film che non ancora compiuto tre anni (è stato presentato al Festival di Cannes nel maggio 2013) eppure è già nella classifica dei miei film preferiti, il più recente ad esserci. Non ho aspettato l’elaborazione del tempo e delle sensazioni perché con questo film è stato subito colpo di fulmine. Sarà per l’interpretazione così magnifica e malinconica di Oscar Isaac, sarà per il personaggio di Carey Mulligan, sarà per l’atmosfera, sarà per le canzoni fantastiche, oppure per la totale e piena consapevolezza che Llewn Davis è ognuno di noi. Il film racconta una settimana precisa delle sue sfortune, al termine della quale non impara nulla ma anzi commette lo stesso errore dell’inizio, e potrebbe essere benissimo la nostra settimana. I Coen non cercano filtri, non cercano il classico arco narrativo in cui il personaggio cambia e si redime, i Coen cercano di raccontare la vita, e per questo ho immediatamente empatizzato col personaggio di Llewyn Davis.

Arrivato alla mia età – i fatidici 30 anni – e ancora non sapere dare a risposta alla domanda ineluttabile “cosa vuoi da fare da grande” non è più raro nella nostra società, purtroppo, ma è molto significativo. Sentirsi dire spessissimo “bravo” ma poi non veder mai concretizzati i complimenti è frustrante. Io sono Llewyn Davis, tanti giovani e non più giovanissimi di oggi sono Llewyn Davis, molti di voi che ora leggono sono Llewyn Davis, una immensa moltitudine chiusa in un limbo, come il personaggio in quella settimana, costretta a fare sempre le stesse cose e gli stessi errori: bravi per carità, bravissimi, ma senza il quid o l’opportunità giusta per sfondare.

Questo recente film dei Coen è un inno agli sconfitti di questo mondo – non agli sfortunati, sarebbe troppo facile e assolutorio, perché Llewyn Davis con quella testa calda si crea la propria sfortuna – e a tutti coloro che hanno un talento ma sanno che con quello soltanto non si vive  non si mangia. Non è difficile capirlo: uscite di casa e un Llewyn Davis lo troverete senza problemi.

 

Introduzione alla classifica
#25 – The Social Network

 

23 pensieri su “I miei film preferiti – #24: Inside Llewyn Davis

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