I miei film preferiti – #25: The Social Network

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You’re not an asshole, Mark. You’re just trying so hard to be.

 

Quando si parla di grandissimo film, o quelle rare volte in cui si tira fuori la parola capolavoro, non si descrive mai un film perfetto. Diciamoci la verità, il film perfetto non esiste (credo esistano solo una dozzina di eccezioni a questa affermazione, non di più) ed essere perfetti spesso può addirittura diventare un difetto: quando si produce arte, non si cerca mai la perfezione, semmai l’ispirazione e la voglia di comunicare qualcosa in qualunque modo.

Tale preambolo inutile e paradossale mi serve per dirvi che, nella mia lista dei film preferiti, il film più vicino alla perfezione che troverete è proprio questo: The Social Network e la sua totale assenza di difetti.

Dopotutto in geometria la figura che rappresenta la perfezione è il cerchio, una figura senza angoli e senza spigoli. The Social Network è un cerchio perfetto, e mi preme ricordare proprio la sua circolarità: la scena iniziale e quella finale.

Marc e la sua fidanzata Erica stanno bevendo in un pub. Si percepisce una certa distanza tra i due, fin da subito: stanno insieme da molto poco, probabilmente, non è affatto una storia seria, e soprattutto sono due persone diversissime che se non si fossero conosciute all’università non si sarebbero mai dette nemmeno “ciao” nel mondo quotidiano. Mark inizia subito a parlare di club esclusivi e livello di educazione, Erica sta al gioco e cerca di sdrammatizzare, ma Mark va dritto per la sua strada nel discorso: fa percepire la sua smodata ambizione, ma non riesce mai a rendere interessante ciò che dice, o quantomeno empatica la sua voglia di riuscire. Il momento di svolta arriva quando Mark insulta implicitamente la scarsa ambizione e la scarsa educazione di Erica, e non si torna più indietro. Riguardate quel momento, Mark non voleva minimamente attaccarla o tantomeno sminuirla, quello che ha detto lo pensa davvero ma senza malizia, non c’è nemmeno arroganza, per lui è un atteggiamento normalissimo ammettere una differenza di capacità. La diplomazia questa sconosciuta. Erica ci mette molto poco a fare due più due e lasciarlo: ok, una rottura così veloce non è sintomo di grande relazione, ma ciò che conta è la reazione di Mark, il quale si accorge solo in un secondo momento di averla insultata, e ancora dopo di essere appena stato mollato. Mark a quel punto prova a fare pace nel modo meno convincente possibile, e non perché non voglia, ma solo perché per lui il suo atteggiamento è del tutto normale.

Sono passati 5 minuti – ne sembrano non più di due in realtà grazie al ritmo del montaggio e alla velocità dei dialoghi – e sappiamo già tutto del personaggio. Ora però arriva il bello: Erica ha appena definito Mark uno stronzo senza appello e lo ha lasciato all’improvisso, e quale è la sua reazione? Potrebbe piangere, potrebbe urlare, potrebbe semplicemente rincorrerla, potrebbe essere dispiaciuto, potrebbe essere semplicemente arrabbiato. Niente di tutto ciò. Mark si alza e inizia a correre. Corre da solo, le persone passano accanto e lui nemmeno le nota. Andrà da un amico a confidarsi su quanto appena accaduto? No, Mark corre verso il suo campus, verso la sua stanza, verso il suo computer. E’ sera, i ragazzi escono per divertirsi, lui è appena stato mollato, e la prima cosa che gli viene in mente è correre verso il proprio computer per sfogare la propria frustrazione sbattendo le dita sui tasti.

Ora sono passati circa 10 minuti dall’inizio del film, e in così poco tempo The Social Network già ha illustrato come mai nessuno aveva fatto prima, e così efficacemente, il tema dell’incomunicabilità giovanile e della difficoltà delle relazioni interpersonali nell’era degli smartphone e dei social network. Io lo dico, questi 10 minuti valgono più di tanti lunghi pipponi sociologici sull’alienazione che ci vengono propinati: questo è il potere del grande cinema.

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la fotografia di Jeff Cronenweth vale più di mille commenti

 

David Fincher e Aaron Sorkin non avrebbero mosso un dito, anzi un neurone, se avessero dovuto realizzare semplicemente un film sulla nascita di Facebook. A loro, fortunatamente, di Facebook non frega nulla. Il soggetto è il pretesto per raccontare altro, per prendere Mark Zuckenberg e farne, tra cause legali e amicizie dissolte, il simbolo della società odierna che cammina per strada e sta con la testa bassa sul proprio cellulare.

E la circolarità ci porta dritti dalla scena iniziale alla scena finale. Avevamo lasciato Mark solo col suo computer, e ritroviamo ancora una volta Mark solo col suo computer. E’ successo di tutto nel frattempo, e ora Mark è solo non per scelta, ma per ciò che ha fatto. Erica lo ha lasciato all’inizio bollandolo come uno stronzo, e tale definizione ha necessariamente deviato la nostra prospettiva sulle sue gesta per tutto il film: solo alla fine, quando ci rendiamo conto che Mark ha rotto tutti i ponti non per cattiveria – l’incomunicabilità è interna allo stesso personaggio, il genio non riesce mai a dialogare con i sentimenti – una delle assistenti del suo avvocato lo congeda ricordandogli che non è uno stronzo, però fa di tutto per apparire così all’esterno. E aggiungo io, lo fa senza nemmeno volerlo troppo, ma riuscendoci perfettamente. Finalmente qualcuno ha capito Mark, in un certo senso la ragazza lo ha addirittura riabilitato: ora nel momento decisivo, lui le dice qualcosa? No, si volta e si rimette faccia a faccia col suo miglior amico, il computer. Mark cerca il profilo di Erica su Facebook – lo fa nella sua creatura, ma non tradisce nemmeno la soddisfazione di poterlo fare – la trova, e le chiede l’amicizia senza nemmeno pensare alla possibile conseguenza.

Mark inizia a fare refresh ossessivamente alla pagina in cerca di risposta il prima possibile, con lo sguardo spento: ancora una volta, Mark non vuole il contatto umano, ma attraverso un’amicizia virtuale cerca l’accettazione, quella che all’inizio era orientata verso i club universitari. Erica non lo deve riprendere come fidanzato, ma Mark vuole che lei finalmente accetti il suo talento, e fa refresh per sapere la risposta. Le note dei Beatles salgono e chiedono “How does it feel to be, one of the beautiful people? Now that you know who you are, what do you want to be?” in perfetta sincronia con la vicenda di Mark, che ora ha tutto ciò che volevo all’inizio….ma ha ancora un bug che lo turba. Le didascalie ci raccontano l’evoluzione della vicenda, e quando iniziamo a chiederci se il gioco è valso davvero la candela, vedendo un Mark quasi catatonico che continua a spingere refresh, la canzone esplode “Baby you’re a rich man, Baby you’re a rich man, Baby you’re a rich man too!“.

Alfa e Omega.

Titoli di coda.

Applausi a scena aperta.

 

 

 

Introduzione alla classifica

 

24 pensieri su “I miei film preferiti – #25: The Social Network

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