Room – recensione

Quando ho visto per la prima volta questo film, lo scorso ottobre al Festival di Roma, sono stato molto attento a non dare spoiler: “cercate di sapere il meno possibile, non guardate i trailer!” dicevo a tutti coloro che mi chiedevano qualche parere. Ora invece ho cambiato totalmente idea: penso infatti che la paura degli spoiler faccia molto più male al film di quanto credessi all’inizio. Perché alla fine Room non è solo il film con protagonista una donna rapita e tenuta prigioniera costretta a crescere il figlio in cattività, Room è molto di più, molto più complesso, ed è la straziante e purtroppo realistica storia del trauma di un rapimento, durante e dopo il fatto.

Non abbiate quindi paura degli spoiler che in tal caso limitano soltanto l’universalità di una grande storia.

Il regista Lenny Abrahamson non poteva passare da un film più diverso: il suo lavoro precedente è la commedia grottesca Frank, in cui Michael Fassbender recitava per il 99% del film dentro una gigantesca testa di cartapesta che non toglieva mai. Stando però attenti, capiamo che Abrahamson ha portato da Frank a Room una sconcertante coerenza tematica: i protagonisti dei due diversissimi film sono entrambi persone danneggiate, problematiche, che non conoscono il mondo circostante (per diverse cause ovviamente) e si sentono prigionieri del proprio mondo, che sia una testa gigante oppure una stanza minuscola. La tematica claustrofobica di Abrahamson – supportata dal romanzo originale di Emma Donoghue – ha dei risvolti paurosamente esistenziali, non a caso in Room l’uscita dalla stanza, e quindi l’apparente ritorno alla libertà, per la protagonista diventa semplicemente una nuova fase della propria prigionia, la scoperta dell’incapacità di relazionarsi a persone e situazioni del tutto nuove. L’approfondimento del tema dei rapimenti e degli ostaggi in Room è devastante e straziante, e ci ricorda come l’enorme trauma di queste persone non si esaurisce mai con la liberazione, ma la tenuta psicologica e la lotta con i ricordi sono gli elementi fondamentali da curare giorno per giorno.

Room è poi, o forse soprattutto, una grandiosa storia tra madre e figlio. In una situazione impossibile, in cui la vita vera praticamente non esiste, i due non crollano facendosi forza a vicenda, avendo bisogno l’uno dell’altro. Come può un bambino di 5 anni non solo crescere così, ma addirittura apparire sereno? La risposta è che per lui quella è la normalità, ciò a cui è abituato e che ama. Quando invece è la madre a riscoprire la normalità, la forza le viene dal piccolo Jack, dalla sua scoperta del mondo reale, dalla sincerità del suo suo entusiasmo: dopotutto come può non essere sincero lo sguardo di un bambino di 5 anni che vede per la prima volta il cielo? La relazione funziona grazie alla straordinaria chimica tra i due attori: Brie Larson è semplicemente meravigliosa nell’interiorizzare il proprio malessere, ed il piccolo Jacob Tremblay, sicuramente guidato ed istruito molto bene, è travolgente ed impressionante anche solo per come utilizza l’intonazione della voce e per quegli occhi che trasmettono tutto.

In un film fatto di interni – e parlo sia delle scenografie sia dell’interno dei sentimenti e della mente tenuta prigioniera – è incredibile come siano importanti le prospettive: quelle del piccolo Jack verso il mondo, quelle della madre verso la realtà, e quelle del regista Lenny Abrahamson e del suo direttore della fotografia Danny Cohen verso il pubblico, poiché nella scena finale ci mostrano quanto i nostri occhi ci abbiano ingannato e quanto non siano stati in grado di comprendere la tragedia vissuta dai due protagonisti. Ma su una cosa Room non usa trucchi artificiali: l’emotività e la forza dei rapporti umani, la semplice gioia di vedere madre e figlio mangiare un panino insieme.

 

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