Lo Chiamavano Jeeg Robot – recensione

Ora tutti vi diranno che Lo Chiamavano Jeeg Robot è un film come non sono mai stati visti e mai fatti prima in Italia. Ed è verissimo, solo non per i motivi che molti pensano.

Perché Gabriele Mainetti, uno che si nutre fin da giovanissimo di pane e cinema, non ha realizzato un film di supereroi all’italiana, ha realizzato semmai un autentico film di genere italiano- con mezzi, ambizioni e soggetti diversi – di quelli che si facevano una volta e sono stati per decenni un nostro vanto imitatissimo all’estero. Sì, dentro c’è un supereroe, ma di fumettoso a parte l’origine dei potere ed il finale c’è pochissimo (cosa che invece provava a fare, fallendo e toccando il ridicolo, Il Ragazzo Invisibile di Salvatores).

Ma soprattutto Lo Chiamavano Jeeg Robot è un film scritto dannatamente bene, con una sceneggiatura che evita sempre la parodia e dà forza alle intuizioni visive di Mainetti. La vicenda indubbiamente segue un canovaccio prestabilito – quando si parla di supereroi è impossibile fare il contrario – ma al tempo stesso riesce ad essere praticamente unica ed incredibile: non è mai citazionista, quantomeno mai solo per il gusto di esserlo, e quando pensi di aver trovato una somiglianza ti accorgi di assistere ad un film assolutamente originale. Aiuta moltissimo l’atmosfera della periferia romana, ma pure questo è un colpo di genio di Mainetti, capace di creare dal nulla la mitologia del proprio eroe andando di pari passo al racconto della vita degli emarginati nella metropoli contemporanea: i tre protagonisti sono tre comuni persone problematiche che declinano i proprio fantasmi interiori come meglio credono – nell’eroismo, nella pazzia, nella delinquenza – rimanendo persone qualunque che potremmo incontrare ogni giorno girando l’angolo di casa, vittime prima della società e poi di loro stessi.

Propri su questo punto va aperta la parentesi degli attori, perché se Claudio Santamaria è bravissimo e assolutamente in parte, per Luca Marinelli gli aggettivi da utilizzare sfiorano le iperboli. Lui è bravissimo nel tirare fuori tutto il carisma che possiede rimanendo comunque il più spontaneo possibile, soprattutto è strepitoso nel capire che talvolta l’overacting, se regolato al personaggio giusto, può diventare indimenticabile. Con un attore simile Mainetti si diverte a disegnare un personaggio clamoroso, un villain che ancora una volta ne ricorda tanti ma non è uguale a nessuno: quando prima dicevo dei personaggi vittime della società, Mainetti qui è geniale nel creare un villain con un passato da star della tv generalista, il classico baby fenomeno che poi da grande si perde, ed inculcare tali caratteristiche nel suo essere cattivo. Un’introspezione che altri avrebbe trasformato in comica, invece Mainetti getta addirittura le basi per un’analisi sociologica.

Non c’è bisogno comunque di nascondere qualche ovvio difetto: mostrare una Roma in preda al caos aumenta l’atmosfera ma alla fine è quasi inutile dal punto di vista narrativo, e la scelta di mettere una giovane e bella ragazza come appassionata di cartoni animati è un po’ pretestuosa, quando sarebbe stato un ruolo più naturale per un bambino (e poi creare un personaggio femminile ad hoc): ma davvero, più che difetti sono piccolezze nel quadro generale di un film assolutamente riuscito.

Lo Chiamavano Jeeg Robot è una scarica elettrica di vero cinema in cui l’ambizione si unisce al talento, capace di creare immagini indelebili partendo dall’essenza della sceneggiatura. Non è solamente un film di supereroi perché Mainetti, da vero e intelligente appassionato di fumetti, sa bene che non conta imitare l’estetica ma comprendere la sostanza di quelle storie, ed il suo film potrebbe aprire le porte di un nuovo genere tutto italiano: è prestissimo per dirlo, ma spero vivamente di poter citare un giorno questo film al fianco dei gialli di Argento, agli horror di Bava, agli spaghetti western di Corbucci.

 

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