Il Caso Spotlight – recensione

Voglio togliermi subito l’ingombrante paragone e citarlo fin dalla prima riga: sì, Spotlight ha chiaramente come nume tutelare Tutti gli Uomini del Presidente, ma quale film di genere giornalistico non anela quel livello? E’ un paragone che troverete, fino alla nausea, in praticamente tutte le recensioni ma, seppur giustissimo, è quasi riduttivo per Spotlight, un film che certamente ha l’impianto del genere e tutti i meccanismi perfettamente oliati e riconoscibili, ma non sarebbe comunque così efficace se non ci fosse il tocco essenziale dell’umanismo di Tom McCarthy.

Il regista e sceneggiatore in tutti i suoi film, da The Station Agent a oggi, passando per L’Ospite Inatteso, tiene sempre al centro dell’attenzione i personaggi ed il loro lato più vero, sempre con grande semplicità e nitidezza. Una delicatezza dirompente, se mi passate l’ossimoro, in grado di toccare le corde giuste dell’emozione senza mai esagerare di una frequenza col tono generale. 

Tutti conosciamo la pagina nerissima dello scandalo dei preti pedofili della diocesi di Boston, una piaga che non ha avuto eguali, come quantità di casi, nel resto del mondo. Pochi invece conoscono, quantomeno al di fuori dei confini americani, il lavoro fatto dalla redazione del Boston Globe per far uscire allo scoperto tali nefandezze. Spotlight è il racconto di quell’incredibile indagine giornalistica, un lavoro di ricostruzione fedele e misurato che ha l’accortezza di non trasformarsi mai in un processo con buoni e cattivi (dopotutto non deve essere certo il film a farci cogliere la gravità dello scandalo o quali sono gli ovvi giudizi morali sulla vicenda) ma mostrare semmai il percorso che ha portato a rompere il Vaso di Pandora: Spotlight è un inno al vero giornalismo, al buon giornalismo, un inno che mostra cosa succede quando il giornalismo funziona, quando si muove non solo per fare rumore ma per portare dei veri ed importanti cambiamenti.

Qui sta il grande merito del film, perchè dietro le scrivanie McCarthy non ci mostra mai eroi ma persone normali – inclusi errori e omissioni durante l’inchiesta – in cui l’ossessione e l’ambizione sono temperate dalla consapevolezza della gravità della materia affrontata. Il motivo è semplice: sono tutti figli di Boston. Ecco, in un film corale con tanti personaggi significativi, il vero protagonista del film, la città di Boston, appare allo stesso tempo carnefice e vittima dello scandalo. E’ carnefice, una complice silenziosa e una mano insabbiatrice, perchè buona parte della comunità sapeva, o quantomeno sospettava, quanto stesse succedendo, e ha facilitato la “longa manus” della Chiesa locale, radicata praticamente ovunque; ma non è solo un atteggiamento passivo, è un qualcosa di attivo, in cui i figli di Boston, pur di non veder infangato il nome dell’amata città, hanno preferito per anni volgere lo sguardo dall’altra parte. Tutto ciò il film lo trasmette benissimo. Ma come detto Boston è anche vittima, perchè oltre a quei ragazzi che hanno subito gli abusi in prima persona, e la cui vita è uscita ovviamente cambiata e distrutta, il film ci fa capire come la fede dei cittadini sia uscita a pezzi, che si tratti della fede nelle istituzioni complici o più naturalmente la fede nella Chiesa, con le persona veramente religiose smarrite anche solo al pensiero di andare a messa.

Ed è incredibile come un film sia capace di trattare una materia molto seria e grave in modo così avvincente e, a tratti, anche leggero. Merito va ancora a McCarty, che tra un fiume di parole, scene ricche di spiegazioni, libri, fogli, penne e battute a macchina, è riuscito a mantenere col ritmo e col montaggio alto il livello di attenzione: non c’è un solo momento morto, il film finisce esattamente al momento giusto, e le due ore passano senza nemmeno accorgersene. E merito è anche del cast – o forse ancora del regista, in tutti i suoi film bravissimo nell’ottenere il meglio dai propri attori – diviso equamente per catturare l’empatia degli spettatori: Rachel McAdams è la più pragmatica e realista, Bryan d’Arcy James è il più silenzioso e attento, Michael Keaton è la voce della ragione, e l’attore è straordinario nel lavoro in sottrazione per mostrare il dubbio e il malessere dell’intera Boston (dove era nascosto il talento di Keaton in tutti questi anni?), Mark Ruffalo è l’emozione e la voglia di giustizia, il più ossessionato e toccato, l’unico del gruppo che ha il permesso di alzare il tono della recitazione ma lo fa sempre col cuore davanti a tutto. E si capisce che un cast funziona quando soprattutto i ruoli di contorno sono perfetti: Liev Schreiber, John Slattery, Stanley Tucci, sono essenziali e bravissimi nei pochi momenti che hanno a disposizione.

Spotlight è un grande film, ma soprattutto un lavoro che andrebbe mostrato – accanto ai veri articoli del vero team del Boston Globe, ovviamente – in molte scuole di giornalismo: non ci sono santi, non ci sono eroi, ma uomini che, lontani dal sensazionalismo,  fanno qualcosa, anzi, fanno ciò che va fatto. E credetemi, al giorno d’oggi non è poco.

 

3 pensieri su “Il Caso Spotlight – recensione

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