Joy – recensione

Inutile nasconderci dietro qualcosa, Joy è un film che arriva carico di aspettative. La seconda parte della carriera di David O. Russell, quella in cui il regista un tempo famoso per litigi e scazzottate sul set è diventato un autore modello apprezzato da attori e premi, è stata talmente tanto acclamata che il salto di qualità è diventato quasi una necessità.

Spiace quindi dire che Joy, purtroppo, non solo non rappresenta il salto di qualità, ma anzi è addirittura un piccolo passo indietro. 

Essenzialmente, Joy è un film molto confuso: tutti i precedenti film più riusciti di Russell erano anarchici, ma qui nulla è ben amalgamato, la confusione è talmente tanta che, sinceramente, anche io sono in difficoltà a spiegare bene cosa non vada. L’amore di Russell per i personaggi eccentrici, uno stile che più idiosincratico non si può, e per famiglie ai limiti della follia – i suoi precedenti film, dietro le storie di pugilato, romanticismo e truffe rispettivamente, sono tutti film incentrati sulla famiglia – ha creato qui un inizio entusiasmante, per quanto molto sopra le righe, ma poi del tutto incapace di tenere le redini del resto del film.

Proviamo adesso a fare un attimo ordine. Joy è la storia biografica della vera Joy Mangano, l’inventrice del Miracle Mop, il nostro casalingo mocho, che a molti può far sorridere o sembrare stupido ma in realtà ad inizio anni ’90 è stata un’idea assolutamente decisiva e rivoluzionaria, sia dal punto di vista pratico che dal punto di vista del business. Il primo punto da capire, però, è che della biografia a Russell non interessa nulla, il cognome Mangano non si sente nemmeno nel film, l’unico caratteristica in comune tra la vera Joy e la protagonista del film è appunto il nome e l’invenzione del miracle mop. Il resto è TUTTO inventato da Russell, che ha preso un pretesto realmente esistente e ha creato il suo classico strampalato universo familiare. Fino a qui tutto bene, almeno nelle intenzioni è una mossa narrativa che ci sta. Ma il problema è che Russell ha creato la storia di una Cenerentola, con tanto di inizio fiabesco, che si trasforma in Charles F. Kane di Quarto Potere senza la capacità di seguire tale ambizione.

E’ meravigliosa l’idea di disegnare una storia familiare tutta al femminile, con le donne che reggono davvero questo film, in cui la protagonista è un’inventore e imprenditore donna che si fa strada e asfalta un mondo dominato da uomini. Oltretutto, è una scelta perfetta per la bellissima ondata di cinema femminista vista nel 2015. Ma per tutto il film resta fortissimo il sospetto che Russell abbia scritto il copione solamente per lavorare ancora con la sua musa Jennifer Lawrence e scriverle addosso un personaggio titanico, senza la reale idea di come sviluppare una storia tutta al femminile. Joy parte benissimo, stralunato e affascinante, divertente e persino ipnotico, poi si normalizza, raggiunge il climax emotivo a metà film, e da lì diventa ripetitivo, addirittura noioso, privo di tensione. Sono i toni a cozzare continuamente nel film e persino Jennifer Lawrence, per quanto sempre brava, appare un po’ scolastica o quantomeno priva della solita intensità furente che la contraddistingue.

Alla fine in positivo rimangono, come sempre nei film di Russell, i personaggi colorati e i dialoghi astrusi, l’atmosfera sognate e leggera dell’inizio, ma purtroppo non c’è nulla che tenga insieme questi elementi, non c’è nulla che trasformi la storia in un vero film, e ben quattro nomi tra i montatori fanno capire la difficoltà nel legare le varie idee del regista. Soprattutto, si percepisce la mancanza di sincerità, un difetto su cui è impossibile passare sopra.

 

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