Steve Jobs – recensione

Esistono pochi, pochissimi film in cui il peso e lo stile dello sceneggiatore è più prorompente di quella del regista. Ecco, Steve Jobs è uno di questi pochi esempi. Danny Boyle è un grande regista, non lo scopriamo ora e non lo devo dire certo dire io, ma qui la sua voce è totalmente sommessa rispetto alla sceneggiatura di Aaron Sorkin, uno che al massimo collabora col regista, ma non diventa mai il numero 2 nella coppia. Sia chiaro, tutto ciò in questo caso specifico non è un male, non è un difetto, Steve Jobs è davvero un grandissimo film, ma è soprattutto un film di Sorkin più di Boyle, e va sottolineato per i meriti di un copione fenomenale.  

Sorkin ha una voce, uno stile, un ritmo inconfondibile, e un immenso amore per il “dietro le quinte”, non a caso le sue serie tv hanno sempre mostrato cosa succede nella creazione di qualcosa: Sports Night mostrava la genesi di un programma sportivo, Studio 60 la genesi di un varietà comico, West Wing la genesi del processo decisionale politico, Newsroom la genesi di un notiziario tv. Al cinema invece Sorkin si è sempre interessato a personaggi che hanno un enorme talento, o meglio, sono i più bravi a fare quello che fanno: Social Network e Moneyball questo hanno in comune. Ora, per la prima volta, Sorkin ha unito questi due aspetti del proprio lavoro regalandoci una storia che mostra il genio di Steve Jobs nel dietro le quinte di tre singoli eventi.

Ma per capire questo film, forse, dobbiamo ripartire da quel capolavoro di The Social Network: se lì il film si apriva con Marc Zuckenberg definito dalla fidanzata “uno stronzo” e si chiudeva con la scoperta che lui “non era uno stronzo, ma uno che prova disperatamente ad esserlo”, qui la storia riparte proprio da quest’ultimo assunto però ribaltato: Steve Jobs è uno stronzo, vuole esserlo e ci riesce benissimo. Sorkin giustamente non è interessato al Jobs degli ultimi anni, quello in piena malattia, il guru filosofico diventato un’icona, ma al Jobs giovane prima della malattia, il Jobs pioniere, il Jobs umano, il Jobs che vedeva il proprio genio respinto perché incapace di avere veri rapporti umani.

Un’opera viscerale e travolgente, elettrizzante per quanto logorroica, Steve Jobs col suo impianto teatrale è un po’ l’erede di Birdman: girato solo in interni ed in tempo reale – una scelta che riempie la storia di tensione e un senso d’urgenza assolutamente meraviglioso – il film è diviso in tre atti, tre sole macrosequenze in cui si ripetono incontri e discorsi, fatti e azioni, ma in cui i protagonisti hanno tempo per confrontarsi e crescere. Sorkin ci ricorda che “grande talento” spesso non fa rima con “grande persona”, ma fortunatamente a differenza dei prodotti tecnologici, i quali perfetti o fallati rimangono tali, l’uomo con tutti i suoi difetti è l’unico che può cambiare e persino migliorare, o quantomeno temperare la propria rigidità. Dopotutto, come dice il personaggio di Wozniak nella battuta più bella e significativa del film “non è binario, si può essere gentili e talentuosi allo stesso tempo“.

 

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