The Revenant – recensione

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Non l’avevamo evidentemente mai vista, ma esiste una sottile quanto potente linea di confine tra la poesia della natura di Terrence Malick ed il lirismo selvaggio di Werner Herzog. Purezza e ossessione, arte e ambizione si potrebbe dire. Ecco, quella linea di confine la poteva trovare e conquistare soltanto uno come Alejandro Inarritu, che con Birdman aveva dimostrato abbondantemente di non conoscere la parola “limiti”. The Revenant passerà alla storia come il suo Fitzcarraldo, ma non è questo il momento per parlare dell’odissea che ha segnato la lavorazione del film per 6 mesi, della lotta contro il clima folle, della scelta di girare in luoghi remoti e solo con luce naturale (quindi non più di un’ora al giorno) e tutto in sequenza, roba da far impazzire i produttori. Tutto ciò ha contribuito alla leggenda di The Revenant, ma non è fondamentale per capirne la grandezza. 

C’è un momento nel film in cui Hugo Glass, il personaggio interpretato con ferocia determinazione e abnegazione da Leonardo DiCaprio, rimane da solo a fissare la montagna innevata che ha davanti a sé: è un uomo distrutto, congelato, solo da tempo, ferito in tutti i sensi, e già invaso da un fortissimo desiderio di vendetta. Non contempla ciò che ha davanti come qualcosa di bello, come il classico momento in cui l’uomo ammira la natura. No, in quell’istante semplicemente capisce che ciò che vuole fare, ovvero vendicarsi, è l’unica cosa che lo mette in pace con la stupenda natura circostante, perché quanto bella, la natura è cattiva e letale forse più dell’uomo. Non è una banale illuminazione, semmai un’autentica presa di coscienza.

Questa, molto sommariamente, è l’essenza di The Revenant. Prudentemente bollato come atipico western revisionista, il film è un’esperienza visiva ed interiore che dimostra come il genere, in mano a qualcuno che sa cosa dire, possa essere la cosa migliore che il cinema sa regalarci. La trama di vendetta, oltre ad essere semplicissima, potrebbe essere risolta in non più di 100 minuti: Inarritu ne impiega quasi 150 per arrivare alla chiusura, non perché non ha capito cosa dire, ma perché ha capito fin troppo bene cosa mostrare. Per l’autore messicano infatti non è importante il fine, e  nemmeno paradossalmente il viaggio per arrivarci, quanto comprendere e contemplare la bellezza poetica di un dolore che riesce a diventare una ragione di vita.

The Revenant, ora non più sommariamente, è soprattutto questo. Un film in cui non contano i gesti ed i momenti, ma conta capire cosa succede in questi gesti ed in quei momenti, capire le sensazioni che si provano durante. Attimi e sensazioni quindi, in cui naturalmente non ci può essere spazio per le parole. The Revenant è quasi un film muto non per una bizza artistica di Inarritu, ma perché tali momenti non si possono raccontare a parole, è il trionfo dell’immagine sopra la parola, ossia la vera natura del cinema stesso. Il vero potere del cinema è la narrazione visiva, la narrazione per immagini, e grazie anche alla meravigliosa fotografia di Lubezki qui sono davvero le immagini a parlare: quale dialogo avrebbe reso più spaventosa la terrificante e già celeberrima sequenza dell’attacco dell’orso? Quale parola avrebbe reso più intensa la lotta per la sopravvivenza del protagonista? Quale frase avrebbe reso più belli gli scenari che vediamo? Inutile dire che questo è possibile soprattutto quando c’è un attore in grado di comunicare tanto senza dover aprire bocca: la straordinaria performance di Leonardo DiCaprio è tale non solo per l’impegno e per la strenua dedizione fisica, quanto per la capacità viscerale di riempire i momenti di silenzio con la pura paura umana. Il dolore, la violenza, il desiderio, la tenacia, l’ossessione, lo stupore, tutti elementi presenti nel film e racchiusi nella prova del suo incredibile protagonista.

Già solo il meraviglioso incipit, una battaglia cruentissima che sembra presa dall’inizio di Salvate il Soldato Ryan, racchiude un po’ tutto il discorso fatto finora: senza frasi didascaliche, ma con urla, suoni, ampi spazi, Inarritu cattura per immagini un discorso enormemente interiore. E dopo Birdman crea ancora puro cinema.

 

2 pensieri su “The Revenant – recensione

  1. Commento a caldo appena finita la proiezione: capolavoro registico e fotografico, grandissima interpretazione di Di Caprio, una delle sue recitazioni drammatiche più riuscite, merito della sua strabiliante mimica facciale.
    Rarissimo caso in cui la storia, la trama della pellicola assume un ruolo secondario rispetto alla regia ed all’ambientazione, che è la reale protagonista di questo film.
    Non so se si possa considerare miglior film in chiave Awards, ma per quanto riguarda regia e premi tecnici (e che sia la buona volta anche per Leo?) non penso ci sia storia.

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