Sherlock: the Abominable Bride – pensieri sparsi (SPOILER)

Diciamoci la verità, Sherlock è una serie che fa dannare l’anima dei propri fans. Le pause tra una stagione e l’altra sono snervanti, solitamente due anni, ma dalla conclusione della 3° stagione all’arrivo della prossima saranno passati ben tre anni. Questo speciale natalizio Sherlock: The Abominable Bride ambientato in epoca vittoriana, uno stand-alone episode scollegato dal resto della serie, è quindi quasi necessario per rivedere in scena Benedict Cumberbatch nei panni di Holmes e Martin Freeman in quelli di Watson.

E poi arriva la ciliegina sulla torta, la scoperta che no, questo non è un episodio scollegato dal resto….

La prima ora dell’episodio è totalmente ambientata nell’800, ma alla fine vediamo esattamente lo Sherlock che conosciamo. I personaggi sono gli stessi, così come le interazioni, i sentimenti, persino lo stile visivo decisamente estetizzante. Insomma, non è una storia dello Sherlock Holmes classico, ma semplicemente una puntata di Sherlock trapiantata nel passato, in cui la differenza sono gli abiti e la mancanza della tecnologia. E va benissimo così, perché se possibile è ancora più divertente e affascinante (e io prendo questa esilarante versione di Mycroft tutta la vita).

E poi arriva il colpo di scena dopo un’ora, ovvero la scoperta che in realtà tutta la storia è un sogno di Sherlock Holmes che avviene al termine dell’ultima puntata della terza stagione, un sogno in cui il detective cerca di scoprire come abbia fatto Moriarty a tornare dal mondo dei morti. Si, questa puntata è un sogno, solitamente uno dei trucchi narrativi più stupidi, semplici e fastidiosi esistenti. Ma Sherlock non è una serie come le altre, e uno dei più stucchevoli clichè narrativi qui diventa un punto di forza: per la prima volta noi spettatori siamo nella roboante mente di Sherlock Holmes, e assistiamo affascinati al suo processo induttivo.

Molti potrebbero obiettare che Steven Moffat, l’autore della serie, ci ha tutto sommato preso in giro e sta cercando ancora, dopo quasi quattro anni, di correggere l’errore di aver ucciso troppo presto Moriarty, soprattutto considerando quanto cult è divenuta l’interpretazione di Andrew Scott, anche qui bravissimo. Eppure non è così semplice come sembra, perché se possibile Moriarty è una risorsa più adesso che da vivo. Lui non è solo un avversario per Sherlock, ma è un’autentica ossessione che lo divora da dentro, che inquina tutti i suoi casi, è il virus del suo hard disk mentale, come detto magnificamente in una battuta. La manifestazione di Moriarty è necessaria perché Sherlock ammetta le proprie debolezze, e rappresenta in un certo senso il suo stesso lato oscuro, il senso di colpa e l’ammissione dell’imperfezione: paradossalmente, più della sincera amicizia con Watson, è l’esistenza di Moriarty a rendere Sherlock Holmes un autentico essere umano.

Indubbiamente dopo questo speciale molti criticheranno Moffat per la sua incapacità di realizzare un classico giallo alla Conan Doyle senza ridondanti eccessi visivi e di scrittura, altri lo accuseranno di voler giocare troppo con la materia e con lo spettatore risultando solo confuso (critica che gli muovono in tantissimi). Eppure questa puntata, pur con la prospettiva ribaltata rispetto a quanto atteso, pur con con le sue lacune, va presa per quello che è: un regalo ai fans che non ce la facevano più ad aspettare, e chi se ne frega del resto. Se poi questo regalo contiene anche un frullatore di citazioni della serie e della mitologia letteraria di Holmes, e ha l’aspetto di un flusso di coscienza all’intero di una delle più grandi menti mai create, a me va anche più bene.

 

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