A Bigger Splash – recensione

Quando mi ritrovo davanti a qualcosa realizzato da Luca Guadagnino, mi domando sempre come sia possibile che lo stesso uomo abbia girato quell’immondizia chiamata Melissa P. Perchè non ci sono dubbi, Guadagnino è un regista che sa muovere la macchina da presa, sa posizionarla al posto giusto, sa lavorare con gli attori, conosce il ritmo delle proprie storie e soprattutto ha la grande abilità di capire il tono del proprio film. E specialmente quest’ultima dote si ritrova in A Bigger Splash, il suo nuovo film.

Remake del film francese degli anni ’60 La Piscina di Jacques Deray, Guadagnino lascia intatta la trama – un quadrilatero amoroso tra una coppia in vacanza, un amico dei due e la giovane figlia di quest’ultimo –  e la risoluzione narrativa, che ovviamente non spoilero ora, ma compie quegli aggiustamenti decisivi per far compiere il salto di qualità alla pellicola: c’è maggiore ambiguità nel rapporto tra i quattro, la semplice lussuria e tentazioni lascia ora il passo all’incomunicabilità tra individui e sentimenti, e il fascino di Saint Tropez è accantonato a favore della nostra Pantelleria, una scelta che a breve approfondirò.

E finora pare un film normale, ma non è così: A Bigger Splash è un’opera rock nel vero senso della parola, infusa di energia, dramma, eccentricità, disordine del tutto volontario, stile lanciato in faccia agli spettatori. Quello che in altri film sarebbe un difetto, soprattutto in film simili dall’impianto tendenzialmente melodrammatico e fondato sulle psicologie e comportamenti dei protagonisti, Guadagnino riesce a trasformarlo in una risorsa: il tono del tutto sopra le righe è totalmente coerente alle vite incasinate dei quattro personaggi, che fanno dell’assenza di maturità e della fuga dai problemi reali un perno della loro esistenza, e il regista lo accentua visivamente con scelte musicali spiazzanti, tagli improvvisi e un continuo passaggio tra zoom e carrelli.

Non mi spingo a dire che Guadagnino sia innovativo o perfetto, ma sicuramente è audace, una dote che hanno in pochi: lo conferma nello stile, passando dal viscontiano e formale Io Sono l’Amore a questo film schizofrenico e instabile senza compromettere la propria cifra autoriale, e lo conferma nella scelta degli attori. Certo, il cast parla per se, ma tutti gli attori sono chiamati a recitare contro le aspettative: Tilda Swinton è una cantante rock senza voce, Dakota Johnson solitamente è l’innocente svampita e ora è la Lolita provocante, Mathias Schoenaerts di solito è un duro e qui è il gigante fragile, ed infine Ralph Fiennes è una forza della natura come mai si era visto, un fiume di piena di parole e movimenti, risate e urla – il balletto sulle notte di “Emotional Rescue”, con un titolo così non credo scelta a caso, è già cult – celando sempre un chiaro malessere interiore. Insomma, gli attori si divertono, il regista si diverte, ma il film stesso ci ricorda che non dovrebbe essere tutto così sereno, anzi.

E qui appunto torna la scelta di Pantelleria come purgatorio in terra per queste quattro anime in ebollizione. Guadagnino è il primo a capire che la storia che ha tra le mani è banale e superficiale, capisce che le vite di questi personaggi e soprattutto i loro problemi sono nulla di fronte ai drammi reali del mondo quotidiano. Pantelleria, più che meta esotica, ritorna ad essere purtroppo l’isola in cui gli immigrati sbarcano, vivono, sono usati e infine muoiono quasi sempre tragicamente. Un discorso simile non sarebbe stato possibile a Saint Tropez, e questa scelta geografica cambia completamente il senso del film: il dramma degli immigrati è una presenza costantemente sullo sfondo, si sente tramite la radio o i servizi tv, si intravede ogni tanto, e rimane la vera tragedia che rende i problemi di infedeltà e tentazioni sessuali estremamente vuoti. Il delitto è senza castigo nel mondo borghese ma la colpa di non di accorgersi del mondo reale circostante rimane intatta: se Guadagnino non avesse creato un film il più possibile esuberante, vibrante, chiassoso, persino trash a volte, l’impatto non sarebbe stato ugualmente forte. Si, forte come un grande tuffo nell’acqua, forte come il tuffo di un immigrato che si getta dal proprio barcone senza speranza.

 

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